Hanno ucciso l’Uomo Ragno! E’ stato Capitan America in combutta con l’Incedibile Hulk. Breve guida (irragionevole) al cinema dei Supereroi

SuperEroi: istruzioni per l’uso.

Un bicchiere di vino?
No, non bevo mai quando volo.
(Chris Reeve, Superman)

 

Serata dei Supereroi Modalità:on!
Esseri senza macchia, paura, bellissimi e sempre pronti ad aiutare vecchie, gatti e belle fanciulle poco vestite.
Ho guardato per caso Capitan America: civil war.  Un film che nel mio modesto e (maldestro) anarchico taccuino è stato classificato come troppo lungo,
prolisso,
noioso e
identico ai mille altri prima di lui.
Anche se come sempre la menzione speciale va a Stan Lee, che sa ritagliarsi un cammeo dissacrante e maleducato, quasi politicamente scorretto nei “suoi” film. Ha introiettato la lezione perturbante di Hitchcock e la trasforma sempre. Di volta in volta tu sai che c’è, che prima o poi arriva il vecchio Stan, lo aspetti perché porta la sua gioia anarchica di chi si può permettere di fare quel cazzo che gli pare perché è dentro un mondo di sua invenzione.

 

Stan Lee

Stan Lee. Insostenibile(e incontenibile) leggerezza dell’esserci. Sempre.

Analisi frettolosa.
Stronzaggine interna del Capofficina?
Crudeltà gratuita? No.
Solo una presa di coscienza; non possiamo parlare sempre e solo di cose che ci piacciono, dimenticandoci che in tantissimi la fuori invece trovano questo genere ancora valido e divertente. Credo siano punti di vista; io adoro i film di Ruggero Deodato, voi magari impazzite per quelli di Jon Favreau: ma ho la certezza che tutti noi senza i film di Batman ci sentiremmo incompleti come cinefili.
Ad essere onesti non sparleremo (solo) dei supereroi di questo film.
Diciamo che sarà il pretesto per fare due chiacchiere su come i supereroi hanno condizionato il cinema, le nostre vite e la percezione di quello che ci circonda.
Capitan America è una di quelle pellicole che guardo solo sotto costrizione; non è che i supereroi non mi piacciano, insomma, Chris Evans è caruccio, Bobby Downey Jr. è un gran figo. Hugh Jackman è tanta, tanta roba. Ma davvero questo è sufficiente? Davvero degli occhioni belli sono sufficienti a vincere la resistenza per il genere?
La risposta è un sonoro NO.
Il cinema di Hollywood è sempre più schiavo, a parer mio, di se stesso; lecito, soprattutto in virtù del fatto che è una fottuta industria e quindi è obbligata a  evolvere ed usare tutte le tecnologie disponibili, i consigli d’amministrazione di ogni Major si riuniscono proprio per pianificare cosa farci vedere, cosa farci bramare.
Madmen per pellicola.
La schiavitù consenziente tra un’industria e le sue istanze. La necessità impellente di rimanere sempre in attivo. Produrre, creare e inventare: le storie, alla fine non sono solo cinque? Amore, Morte, Avventura, Guerra Orrore. E a volte tutte queste cose assieme. Non c’è più molto da inventare e quindi si ricicla, si riparte dal nulla, si cerca qualcosa che era sfuggito la prima volta.

La fruizione cinematografica ha subito un mutamento repentino e radicale; la sala non basta più, gli schermi sono giganti e le immagini ne escono fuori, il suono ti abbraccia da ogni parte. Non è certo una novità: negli anni sessanta prese piede il 3D, (il cui primo esperimento fu fatto dai Lumiere nel 1903) e il cinema odoroso muoveva i primi (e ultimi) passi. Erano tecnologie dai suggestivi nomi di Smell o Vision ed ARoma rama ovvero quel sistema che produceva gli odori dello schermo in sala. (A me fa impazzire il nome smell o vision: mi fa pensare a marsh mellows appositamente creati per il nuovo concerto dei Nirvana!)
Il cinema odoroso finì tristemente in una nuvola troppo odorosa, essendo impossibile bloccare a comando la persistenza delle molecole dei vari aromi.
C’erano poltrone interattive che si muovevano in base a ciò che si vedeva sullo schermo.
Gli occhialini di cartone con le lenti rosse e blu sostituiti da anonimi occhiali neri con lenti scure: come se gli allegri anni sessanta carichi di promesse fossero stati sostituiti dall’oscurità di un futuro incerto e spaventoso.

Torniamo però ai nostri supereroi. Anche se non li avevamo mollati nemmeno un secondo, sia chiaro.

Sapete, trovo che alcuni vecchi film su di loro siano bellissimi.
In fin dei conti cosa meglio di un fumetto può avere successo su grande schermo? Hanno storyboard belli pronti, prefetti e con poco su cui discutere. Il cinema e i fumetti in questo modo diventano la coppia per eccellenza, il matrimonio che ogni coppia sogna.
Marlon Brando riuscì a farsi pagare fior di quattrini per pochi minuti di marchet, ehm, di cammeo in Superman. Chris Reeve è forse il Superman più iconico di sempre che seppe prendere il posto del Superman televisivo George Reeves. Heath Ledger al posto di Jack Nicholson. Come se il destino dell’Eroe, fuori dallo schermo,diventi destino mortale, maledetto.
Un memento mori coi controcazzi.

Quello che però qui ci interessa non è discutere di questi film, ma parlare di come noi li vediamo,  come li percepiamo nel nostro (e nel loro) universo. Esistono centinaia (migliaia) di libri sull’argomento, sono cose che ormai vengono studiate in tutte lefacoltà di cinema: nessuno si sognerebbe di dire, in ambito accademico, che questi film non hanno poetiche, strutture o sceneggiature valide di tal nome perché mentirebbe sapendo di mentire. Quello che mi ha fatto pensare, non solo dopo aver visto il film, è altro.
Il sabato mattina, precedente la Pasqua, mi sono trovata di fronte alla biblica fila alle casse del supermercato. (Ok, tralasciando le ovvietà in merito a questo, prima di giudicarmi, leggete) Il mio sguardo è caduto sui DVD in vendita e come c’era da aspettarsi ovviamente facevano bella mostra di loro tutta una sequela di uomini ragno e compagni di merende da non crederci. In quel momento ho pensato a una nuova sceneggiatura che farebbe felice lo stesso Sergio Bonelli Editore. Ma di questo parliamo dopo.

Sicuramente il padrino di tutti questi “supereroi con superproblemi” è Stan Lee, che assieme al disegnatore Jack Kirby seppe dar vita, anzi ridare forza a un genere non certo nuovo, ma che nelle loro mani divenne quello che è oggi. I supereroi Marvel sono uomini avidi, a volte malati, con la preoccupazione di dover pagare i conti, di farsi notare dalle ragazze e soprattutto litigiosi. Umani incasinati con super doti. Creature che loro malgrado si ritrovano ad essere catapultati in un universo che non hanno voluto.
Nessuno vuol essere eroe, perché questo comporta dover perdere tutto quello che si ha: vita inclusa. Solo gli sciocchi vorrebbero esserlo, ed ecco che a questo punto, per ovviare a questo dilemma, arrivano loro: i supereroi senza macchia, senza paura, nevrotici testosteronici e sempre pronti alla zuffa. Esseri praticamente immortali che ci aiutano quando le cose vanno in merda. Saranno loro a prendere calci in culo al posto nostro, noi potremo stare sul nostro divano bevendo wiskey e soda e pregando che tutto vada bene.

In fondo a molti di noi piacerebbe essere come loro.
Ne siete così sicuri?
Uno è stato morso da un ragno radioattivo, uno diventa verdognolo quando s’incazza, un miliardario si mette una tutina di finto spandex e si accompagna ad un minorenne frocio, un altro ha la pelle d’argento e viene cacciato da tutti quanti, un altro ancora invece viene ibernato con uno scudo in mano e quando si sveglia si accorge che tutte le donne che si è scopato sono delle vecchie rugose. Uno diventa un essere di roccia, un’altra diventa invisibile (potete immaginare cosa significhi per una donna?!), un altro si da fuoco, a uno crescono gli artigli di adamantio quando s’innervosisce, un altro ancora attira a se spilli, torri Eiffel e monetine delle fontane. Un altro dopo la cura per il cancro si trasforma in cazzone con la tuta.

 

Supereroi alle prese coin le faccende domestiche.

Supereroi al lavoro. Non esistono più le supercameriere di una volta, ciccio…

 

Siete ancora sicuri di voler essere come loro?

Insomma, parliamo di gente con dei cazzo di problemi non indifferenti. Magari cuccano un attimo più di noi, ma esistono sistemi meno invasivi per farsi una bella scopata, non credete?
Sicuramente le dinamiche che il nostro cervello mette in atto sono le stesse che vengono messe in gioco quando parliamo di mostri e altri orrori; in fondo spesso questi eroi sono Mostri, nel senso vero del termine: creature con doti eccezionali. Ed è per questo che tanto li amiamo; perché loro hanno saputo sfruttare le loro difformità come farebbero le reginette del ballo di fine anno. Ci dicono che essere differenti a volte è auspicabile per spiccare in maniera positiva sul resto del mondo.
La diversità dell’SE (superoeroe d’ora in poi) è quella dote che gli consente di essere amato. In un certo senso è un diversamente abile, perché non permette alla sua apparente difformità di trasformarsi in lettera scarlatta.
In un certo senso il supereroe ha battuto il sistema: ha imparato come farla franca di fronte all’Inquisizione e diventare al contempo necessario alla sua comunità.

Come detto più sopra Lee/Kirby non hanno inventato nulla, ma sono riusciti a fare qualcosa che trascende l’umano, in un certo senso: portare le mitologie accademiche e parruccone nel salone del barbiere.
Può essere una dichiarazione forte ma in fondo Lee e Kirby hanno saputo rendere la mitologia norrena (si si, proprio quella lì) un argomento da bar e non più da accademia. Con leggerezza geniale i nuovi eroi si sostituiscono a quelli vecchi, vi si installano sopra, come tutte le volte che una nuova religione ne soppianta una più vecchia.
Non è possibile? Vogliamo parlare di Thor? Il prossimo capitolo lo vedrà occupato a picchiarsi con quel buontempone di Hulk e poi concentrato affinché Hela (Hel, della mitologia norrena) non faccia casino su Asgard scatenando il Ragnarok. Se questo non è sdoganare accademismo…
Il viaggio dell’eroe dentro se stesso inizia quando l’umanità è in pericolo. In quel momento ogni pulsione si azzera, si trasforma e ritorna in circolo sotto forma di altro.

Alla fine della fiera Lee (e Kirby) ha saputo cogliere questa istanza di cambiamento, un mutamento che passa attraverso la diversità e il mutamento. Il diverso come Perfetto. Come creatura che non teme il giudizio, lo scherno e la paura perché ne sta al di sopra.
La percezione del ruolo del Salvatore nella società viene dal profondo, da quel luogo oscuro in cui le nostre pulsioni vivono e ci paralizzano nel buio; noi abbiamo bisogno dei supereroi molto più di quanto si creda. Molto più che loro di noi. Sicuramente il loro ruolo non avrebbe senso senza le nostre incertezze, ma noi possiamo sentirci completi solo quando loro si pongono al di sopra dell’umanità, quando riescono a vincere sopra tutte le avversità che ci colgono. Sono eventi provenienti dall’esterno, ma non sempre: a volte la minaccia viene da dentro, da quella stessa umanità che vuol essere salvata e che cerca redenzione.
Il ruolo del Salvatore è funzionale alla nostra società, alla nostra stessa sopravvivenza.
E’ troppo, per un manipolo di persone con improbabili costumi troppo stretti? (In merito ai costumi troppo stretti, in un intervista, Carl Weathers, che interpretava di solito il Super Uomo dice che aveva imparato una cosa fondamentale: di comperare T shirt di una taglia in meno e di arrotolarne le maniche, in modo tale da far sembrare i bicipiti più voluminosi del reale. Strategie del mondo animale applicate al regno degli SE.)
Forse, ma la nostra visione del mondo è connaturata a quello che ci accade, a ciò che non siamo capaci di sopportare ed è grazie a loro che si fanno carico del nostro fardello che l’umanità non soccombe.

Uno dei supereroi più famosi di sempre è senza dubbio Bruce Banner/Hulk.
Chi come me era giovane negli anni ottanta si ricorderà la versione televisiva.
Era interpretata da Lou Ferrigno. L’unico abbastanza scemo da cercare di rubare il titolo di Mr Olimpya ad Arnold Swarzenegger nel 1975. Ne trassero anche un famoso film nel 1977 dal titolo Uomo d’acciaio e che portò alla ribalta il giovane Lou.
Sapete perché lo considero uno dei miei preferiti di tutti i tempi?
Non solo perché poteva rompere le magliette incazzandosi senza che sua madre se ne mettesse troppe, ma per la vita personale, del vecchio Lou.
Italo americano, figlio di un poliziotto sollevatore di pesi a tempo perso che aveva come eroi non solo Swarzy, ma soprattutto l’ormai dimenticato dai più Steve Reeves (cacchio, a quanto sembra questo non è un cognome, ma una garanzia!) che negli anni sessanta girava i film Peplum nel nostro paese. Era un vero forzuto. E il piccolo Lou lo aveva preso a modello. Quando aveva solo tre anni, a causa di una grave infezione dell’orecchio perse l’80% dell’udito. Nelle foto d’infanzia si vede questo piccoletto con l’inequivocabile filo dell’apparecchio acustico. Racconta di come il rapporto col padre fosse difficile e che quindi fosse quasi obbligato a dare il 110% in ogni cosa facesse. Cioè, suo padre gli diede del perdente quando nel 75 perse contro Arnold. Era arrivato terzo. L’anno prima secondo. Cioè, non era in competizione contro Willy il bidello sardo delle elementari di Springfield. Cercava di portare via il titolo a una creatura a cui è stata dedicata una gara dal suggestivo nome di Arnold Classic. Se non avete mai sollevato ghisa non ci capiamo. Per gli altri credo sia abbastanza evidente che stare dietro al governatore della California sia decisamente tanta roba.
Insomma, io credo che ci sia qualcosa di mistico nell’interpretazione di Hulk da parte di Ferrigno. Hulk è frutto di un casino nucleare. Una creatura che non sopisce la rabbia e le pulsioni. Ferrigno aveva imparato la disciplina (quasi) monacale a cui ogni culturista professionista si sottopone; insomma, era finalmente giunto il momento anche per lui di dar libero sfogo alla rabbia repressa, aveva la possibilità di dire: “porca vacca babbo, vedi cosa posso fare?” . Un qualcosa di freudiano, frammisto alla giustizia divina propria dei SE. Quando la vita vera si fonde all’immaginario.

 

Make up Hulk

Quando eravamo Boris Karloff…

L’altro SE che più sento mio è senza dubbio il surfista d’argento. Nasce nei tardi anni sessanta, quando i Beach Boys cantavano di buone vibrazioni e di gente biondissima che cavalcava le onde e i giovani americani morivano sul Delta del Mekong. Era un gran figo color argento 925, araldo di un supercattivo che cattivo non è, almeno secondo i parametri cosmici. Surfer impara a conoscere l’umanità e a provare empatia per essa. Forse è questo il motivo per cui lo stimo: l’empatia verso una forma di vita interiore non solo differente, ma anche inferiore. Il problema dell’umanità è proprio questo: la crescente sete di potere, l’avidità verso tutto quello che apparentemente può portare un potere fallace e non duraturo. L’empatia e l’amore verso noi, imperfetti eppure tanto ingombranti. Il Surfer è di certo quel SE che più di ogni altro mi incute rispetto reverenziale: verso una forma di vita non solo differente da me, ma soprattutto giusta. Surfer controlla la materia, ma soccombe. Come se ogni cosa fosse illuminata ma senza scampo in ogni caso.

 

Silver Surfer

Surfista una volta, surfista per sempre…

 

Abbiamo già parlato di come i film possano salvarci la pelle, e farlo in maniera elegante. Quindi in un certo senso il cinema dei supereroi è salvezza alla seconda, una nuova forma di salvataggio di un’umanità svalvolata, depressa, nevrotica, caotica e psicopatica. Ma è quello che abbiamo. Non abbiamo la seconda scelta.

Il cinema può cambiare le carte in tavola, ma la vita è questa, senza compromessi o abbellimenti.  Noi possiamo tentare in ogni modo di migliorare ciò che siamo, ma non abbiamo un regista col copione in mano nella buca del suggeritore. A dire il vero l’unica buca del suggeritore che abbiamo è quella che verrà coperta da tre metri di terra dopo essere stati chiusi in una scatola. La cosa che possiamo sperare, è di non venire sepolti vivi…

 

Supereroi

Non esistono più i Supereroi di una volta. L’importante è che non si incazzino tutti assieme!

 

Per chi non li avesse capiti, o semplicemente è mancante di sensodellumorismo i SE citati sono:
Spiderman;
L’Incredibile Hulk;
Batman e Robin;
Silver Surfer;
Captain America;
La Cosa;
La Donna Invisibile;
La Torcia Umana;
Wolverine;
Magneto;
Deadpol.

 

Sapete quale sceneggiatura venderò alla Marvel diventando ricca, fottuta e famosissima?
Un film dove tutti i SE si ritrovano, e uno dopo l’altro muoiono senza scampo in un Ragnarok senza scrupoli.
Non ne resterà nemmeno uno.
Nell’ultima scena Stan Lee, nell’angar dove tutti si sono allegramente fatti fuori, è seduto su una pila di vecchi Playboy, indossa una vestaglia di raso rosso e guarda vecchie foto di Jane Harlow mentre un vecchio televisore trasmette Lo chiamavano Jeeg Robot.

Memento mori.

 

 

 

 

 

 

 

Categorie: Al peggio non c'è mai fine, Attualità Vintage, Cinema, Fumetti, Personaggi, Spettacolo

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