Alla fine del tunnel la luce si è spenta: riflessioni riguardo il suicidio e la morte

La difficoltà di commettere suicidio sta in questo: è un atto di ambizione che si può commettere solo quando si sia superata ogni ambizione (Cesare Pavese)

Ieri Chester Bennington si è impiccato.
Nel giorno del compleanno del suo caro amico (e compagno suicida) Chris Cornell.
La notizia rimbalza da social a social e non credo ci sia bisogno di spiegarvi nulla, giusto? Non proprio.
Non vi sciorinerò le biografie dei due cantanti, immensi, morti per qualcosa che solo loro sanno cos’è; hanno militato in band che hanno fatto la storia degli ultimi anni e credo sia chiaro a tutti. Io non amo particolarmente il Nu Metal e il Grunge, ma sarei particolarmente miope se non mi rendessi conto delle loro grandezze: vanno nell’ordine di qualcosa d’incommensurabile.

 

Bennington on stage

Bennington on stage…. In The End of Afterlife?

 

Chris Cornell era bellissimo, con una voce tale da strapparti via la prima pelle, era sensuale e problematico nello stesso istante: quando cantava potevi sentire tutta la gamma delle sue emozioni, comprese tutte le sfumature delle droghe che aveva assunto. Però era talmente bravo che lo scusavi, dicevi “alla fine è nella sua natura”, sono cose che capitano. Peccato che poi tutta quella merda lo abbia fatto appendere al soffitto di un anonimo hotel.

 

Chris Cornell

Black Chris Sun….

 

Pasticche. Alcol. Droghe varie.

Chester Bennington era uno dei migliori cantanti della sua frontiera musicale e non solo; era davvero dotato, con una voce melodiosa e graffiante allo stesso momento che ti faceva pensare, ti regalava un’emozione senza chiedere nulla in cambio.
Faceva parte di quella generazione che io definisco (con simpatia e stima, sia chiaro) “cantanti con la prostatite” a causa del modo di stare sul palco: piegati e disperati. Adesso però non mi fa più ridere, mi è passata, non è divertente. Perché Chester il dolore lo aveva davvero, ma era più in alto, tra le orecchie, in un paese che solo il primo cittadino e unico abitante conosce; quel paese alieno dove le cose fanno male, bruciano come gocce di fuoco. Adesso non è divertente pensare a quel dolore che era sincero e non una posa, una modalità di vita che era diventata modo: un dolore così forte che nemmeno la droga poteva sopire.

Le violenze sessuali, il girovagare da una città all’altra, il divorzio dei genitori, il bullismo.

Cose che diventano immense costruzioni mentali che ci sovrastano e ci tolgono il sole. Lo hanno ucciso invece che renderlo più forte. Se ci penso mi sento male: pensare che quello che rende forte qualcuno uccida un altro. Una crudele selezione (in)naturale messa in atto dalle (crudeli) Muse delle Arti.

Vedete, qui quello che mi preme è (cercare, di certo senza esito) capire è come e perché si decide di morire.
Non sono i primi e (purtroppo) non saranno gli ultimi.

Uno dei metodi preferiti a quanto sembra è l’impiccagione.
Metodo scelto da Atrax Morgue, Jenny, la gemella delle Dolly Sisters, Simone Battle.

L’altro metodo sono le armi da fuoco.
Dead, dei Mayhem. Jon Nödtveidt dei Dissection. Jason Thirsk dei Pennnywise. Kurt Cobain dei Nirvana. Luigi Tenco (ok, lo so. E’ doverosa la parnetesi che ripariremo a breve). Keith Emerson, morto suicida perché non avrebbe più potuto suonare.

Ovviamente le droghe e le relative malattie mentali.
Ingo Schwitenberg, il batterista degli Helloween che a causa dell’abuso di droga e la schizofrenia si è gettato sotto un treno della metropolitana. Erik Brødreskift dei Dissection  e dei Gorgoroth (Saturno contro?) morto per overdose. Dave Lepard dei Warpath. Dalida con un’overdose di barbiturici. Sid Vicious morto di Nancy Spungen.
Senza dimenticare la più dolce, delicata e sola Stella del cielo: Amy Winehouse.

 

Ingo Schwichtenberg

Ingo Mr Smile ovvero il guardiano delle sette chiavi. Eppure quel treno fu fatale….

 

La lista è lunghissima e macabra, credo possa bastare.
Quello che mi ha lasciato senza fiato è la consapevolezza che la vita e la morte sono intercambiabili. Non vi sembra possibile? Vi giuro che è così. La presa di coscienza che qualcuno supera la Merda mentre altri  vi ci affogano dentro nonostante il grosso salvagente che hanno ricevuto in dote dal destino.

Non entrerò nel merito, ma posso dirvi che ho esperienza diretta di suicidio: non importa come, ma sappiate che posso darvi due dritte su come funziona il loro cervello. Il bigliettino  lo lasciano nei film di serie B. Pianificano ogni dettaglio affinché non rimanga nulla di terreno di loro. Non c’è un vero motivo.  Paradosso estremo di vite che impareggiabili sfidano il destino lasciando tante tracce del loro passaggio. E’ la vita, l’unico motivo.
Sono rimasta senza fiato perché ho avuto un deja vú. 
Era il 1994 e ricordo mia madre che con mesta serietà professionale di madre affetta da figlia metallara mi dice, a tarda sera, io ormai sono a dormire perché il giorno dopo devo andare a scuola ad imparare il mestiere di Capofficina: “E’ morto Kurt Cobain. Volevo dirtelo io”. Io non ero una fan disperata dei Nirvana, ma ricevetti la notizia come una fucilata nel petto. I ragazzi di ventisette anni per me erano vecchi, ma erano pur sempre degni di campare ancora qualche anno. Era un mito della mia sfigata Generazione X. Figlio delle stesse sfortune di cui anche noi eravamo affetti, da MTV al mito della perfezione fisica.
Ho ripensato a Scott Weiland, inevitabilmente a Cornell. Poi, come per forza di cose, a Ingo Schwichtemberg, il monolitico batterista degli Helloween.

Alla morte come ultima istanza di vita. Un’esistenza forzata, scandita dalla droga, dallo schifo per se stessi, per il mondo. Il bisogno di sentire qualcosa o di non sentire più niente, perché il rumore a un certo punto è troppo assordante.
Dalla constatazione che nonostante si sia portatori di Meraviglia, questa non li tocca in nessun modo, come se il Talento sia una colpa da espiare, un cancro maligno, un dolore insopportabile.
Il Talento è insopportabile.
Fa male, prude dietro le orecchie.

Il Talento è una madre Baldracca, che tanto dona e tanto toglie.
Chester era un o dei suoi figli prediletti. Come Ingo e Chris. Figli indimenticabili seppur maledetti.

Il suicidio è l’ultima motivazione del pigro, del malato, del disperato. Uccidersi è l’atto supremo di disprezzo non tanto verso la vita in generale, ma verso l’unica forma di vita che dovremmo rispettare: la nostra.

Credo sia molto semplice giudicare un gesto così estremo, così supremo. Ma non è così.

Pensate solo a Jon Nödtveidt.
La sua storia è esemplare. Incarcerato per l’omicidio di un omosessuale. satanista convinto. Nel 2006 pose fine alla sua esistenza con un colpo di pistola nella sua casa vicino Stoccolma. Bene! Un satanista metallaro intollerante in meno!
Siete sicuri di non essere peggio del peggior satanista intollerante parlando così? Io credo di si.
Lo stesso in un intervista fece questa dichiarazione, che a mio avviso, è utile per capire tutti i suicidi in generale:
“Il Satanista decide della sua vita e della sua morte e preferisce andarsene con un sorriso sulle labbra quando ha raggiunto il picco della sua vita, quando ha sistemato tutto e punta a trascendere questa esistenza terrena”.
Davvero è solo appannaggio dei satanisti? Io non credo.

Credo dipenda da che punto lo si guarda. Non entro nel merito dei suoi crimini (avremo modo di riparlarne, state sicuri) ma nel merito di una decisione così personale da essere eticamente spiazzante. La morte è l’ultima ratio. Il momento finale dove tutto ha termine La morte è una consolazione solo per i cattolici. Per me, è la Fine. E sapete? Mi fa una paura fottuta.
Con che diritto ci si toglie la vita?
Quante persone soffriranno per questo gesto?
Cosa mai potrò risolvere?

Io personalmente non lo so.
Ma so che ogni volta che un talento è inseguito dai demoni e questi sono più veloci di lui mi sento male.
Perché i demoni sono come i morti: corrono veloci.
E un giorno potrebbero trovare anche il Capofficina….

 

 

 

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