IL VENTRILOQUO

Buona domenica a tutti voi, mie cari lettori! Eccomi ancora qui, stoicamente, per riproporvi la mia rubrichetta settimanale. Sta diventando un appuntamento fisso, come le tasse e la morte. Ma mi auguro di tutto cuore che sia meno spiacevole! Vedete, questo racconto è uno dei miei preferiti in assoluto. Non so se è il migliore che abbia mai scritto o se forse non sia il peggiore; solo che lo sento affine alla mia (bizzarra) natura, e chi si prenderà un po’ di tempo per leggerlo (e mi conosce anche solo un pochino attraverso questo blog) capirà perché.  C’è anche qui un pezzettino di Bologna, ma anche di America, di immaginari viaggi e luoghi, anche se la realtà e la fantasia cercano di fare comunella. Ci sono i miei amati pupazzi, il deserto e persone un po’ sbiellate, ma ditemi, chi non lo è? Vi rubo solo un attimo ancora, ma voglio raccontarvi la genesi di questa storia. Mi è venuta in mente dopo aver rivisto per l’ennesima volta una puntata della “Signora in Giallo” , (si, avete capito bene!!) una di quelle in cui il protagonista è l’amico Dennis Stanton, investigatore assicurativo. E’ stato più forte di me, quel pupazzo nel baule mi è entrato in testa. Poi nel cuore. Adesso, visto che ho rubato troppo tempo al mio piccolo amico Rodney, vi saluto e, attenzione mi raccomando, alle vecchie soffitte delle case nuove…

Buona Lettura!

 

Il 23 giugno 1996 Anthony “Butter” Buffard finì la sua piccola, pazza e inutile vita legato al lettino delle iniezioni letali nel carcere di Huntsville in Texas. Aveva ventisei anni.
Legato a lui, concessione più unica che rara, c’era “Rodney” il pupazzo da ventriloquo con cui raggiunse solo otto anni prima un successo torrenziale a LasVegas, dove folle oceaniche interrompevano i loro giochi per vedere quel pupazzo così carino da sembrare l’anima della festa d’America.
Il governatore Bush gli permise quel vezzo perché era famoso in tutto il paese; la pena di morte faceva discutere, e non voleva dei problemi aggiuntivi visto la fama del condannato.
Era una torrida mezzanotte texana di prima estate: umidità del 90 per cento, stelle senza fine in cielo e il solito inascoltato capannello di abolizionisti fuori dal carcere, in attesa di salutare per l’ultima volta l’anima sfigata del ventriloquo.
Butter era diventato ventriloquo sulle orme del nonno Jason, che negli anni venti lavorò per Barnum e Bailey divertendo le platee di tutta l’America. Nel 1929 dopo il 29 ottobre si trasferì prima a Hollywood, dove continuò a infilare una serie di successoni clamorosi con Benny, il ”nonno” di Rodney, sosia di Abe Lincoln un po’ più giovane e poi con il “fratello” Dustin dai riccioli d’oro e la marsina rossa. I pupazzi nella famiglia Buffard erano non solo il metodo con cui portare il pane a casa, ma veri e propri membri della famiglia.
Sin dai tempi del loro arrivo in America dall’Italia al seguito di Zamperla i “piccoli” avevano un’ala della grande casa destinata a loro e ai loro oggetti: erano portafortuna, amici apparentemente silenziosi, familiari di pezza e gomma, presenti senza far rumore.
I Buffard erano ormai famosissimi e da Hollywood andarono a New York, per prendere possesso di Broadway e del “Buffard Theater” sorto sulle ceneri del “Mercure Royale”, un oscuro teatro andato perduto in un incendio nel 1901. Gli artisti, notoriamente creduloni e superstiziosi, affermavano di sentire gli scricchiolii delle vecchie tavole e le grida di Norma, la star del Mercure, uccisa dal marito Geoff convinto di una tresca tra lei e Arnold, il primo attore, accoltellata sul proscenio e impiccata alla trave del sipario, incinta di cinque mesi.
Il padre di Anthony si trasferì nell’omonima città dopo la nascita del figlio. A causa di un “incidente” durante una rissa post spettacolo tra ubriachi era diventato afono: la maledizione di ogni ventriloquo e quindi aveva cambiato carriera aprendo un ristorante.  Le cose erano andate bene e aveva aperto succursali a San Antonio, Houston, Arlington, Socorro e ad Austin; Damien Buffard si era dimostrato un grande imprenditore. Erano una famiglia fottutamente fortunata.
Almeno sino alla notte del 15 Gennaio 1991.

 

Butter era accusato dell’omicidio di Donna Tucker, starlette del Mirage; una biondina esplosiva dalle tette rifatte che aveva abbordato una sera dopo l’ultimo spettacolo previsto per l’anno di grazia 1991 nella città del peccato per antonomasia.
La ragazza aveva attaccato bottone col divo di Anthony, 3850 concittadini con cui divideva nome e glorie; anche lei era della contea di El Paso, più precisamente di Morning Glory, 627 anime pie e devote: lei era l’anima numero 628, devota più al denaro che a Gesù, ma pur sempre devota. Donna era uno schianto e a Butter non pareva vero che una bambolona così lo avesse notato; vedete, Butter era divino col suo Rodney in braccio, ma senza non era esattamente un fulmine di guerra e le donne se ne approfittavano spesso. Nonostante questo non si perdeva d’animo e una scopata facile come quella non l’avrebbe perduta per tutti i Rodney  in gita a Las Vegas del mondo.

 

Il mattino dopo Donna era morta e Butter nella merda fino ai capelli biondi tagliati a spazzola.
Tutte le prove erano contro di lui, anche se circostanziali e senza DNA valido, Saturno gli era tremendamente contro e la giuria, due uomini e dieci donne, non impiegarono più di tre ore a mandarlo sul lettino della morte.
Così finì la triste storia del piccolo bambino prodigio di Anthony, contea di El Paso, 3850 anime in mezzo al nulla del Texas.

 

Salvatore “Tori” Santobianco ereditò, per così dire, il piccolo Rodney. Tori era l’agente di Butter e dopo l’esecuzione capitale decise di cambiare lavoro: andò finalmente col padre a vendere auto ad Austin, nel salone di famiglia, ma si sentiva fuori posto così decise di cambiare aria.
Decise di tornare al paese natale dei nonni, Vigata in Sicilia, in provincia di Montelusa, dove ancora risiedevano gli zii paterni che lo accolsero come un Figliol Prodigo.
Organizzarono una gran festa che durò due giorni. Livia, la migliore amica di sua cugina Catena gli presentò Chiara che due anni dopo divenne sua moglie. Si trasferirono a Bologna, dove si era laureata al DAMS per lavorare come inviata di Rete7. Qui nacquero James e Tamara rispettivamente uno e tre anni dopo il loro arrivo in Emilia.

 

Le loro vite giravano vorticosamente e gioiosamente tra il lavoro d’inviata e quello di venditore d’auto di Tori. I bimbi crescevano bene: andavano in vacanza in Texas ogni estate e alle Keys d’inverno, a casa dei nonni materni di Tori. Tutto era al suo posto.
Anche il baule di Rodney era al suo posto, nella soffitta di via Zanardi 449, al sicuro dal mondo e soprattutto col mondo al sicuro da lui.
Avevano acquistato il terreno dopo la demolizione di una vecchia casa a prezzo stracciato e ci costruirono sopra una copia della villetta precedente che tanto piaceva alla moglie; la trovava deliziosa e alla modica cifra di ottocentocinquanta mila euro l’architetto Bovolenti, star di Bandini, consegnò chiavi in mano la Casa Dei Loro Sogni alla giovane coppia in attesa del primo figlio. Il loro vicino di casa, un eccentrico bolognese studioso e collezionista di arte funeraria medievale, aveva narrato loro una strana storia sulla precedente dimora: a quanto pare ogni bolognese e provinciale, dai nove ai novantanove anni sapeva che quella vecchia casa era stregata ed abitata da una bambina.
Tori e Chiara ci avevano riso sopra, in fondo la sua casa natia in Texas sorgeva su un vecchio cimitero indiano, quindi era abituato ai posti strani.
Se ne dimenticò un attimo dopo averlo saputo e chiuse il ricordo nel baule di Rodney in soffitta.

 

Lo chiuse fino alla notte buia e tempestosa del 22 ottobre 2006.
Allora tutto quanto tornò a galla come da un fiume di fango dopo anni di piogge torrenziali.

 

James aveva compiuto ventitré ore prima quattro anni, quando prese la sorellina di uno per mano con lo scopo di esplorare la soffitta. Era il 20 ottobre.
Per loro fu grandioso: c’erano i vecchi giocattoli dei loro genitori, degli zii, vecchi bauli grandi come transatlantici tranne uno più piccolo, lucido e dipinto di bianco. Era intarsiato con scene di Tragedie shakespiriane vecchie quanto il mondo, ma loro questo non potevano nemmeno sospettarlo: Lady Macbet che si lavava le mani accanto a Riccardo e il suo cavallo, Amleto dall’altra parte e Le allegre comari di Windsor facevano capolino dal lato destro, mentre dal sinistro la cupa gelosia del Moro e la crudeltà di Iago diffondevano sul mondo il cancro del dubbio.
Al centro del baule svettava il teschio amletico, perturbante ma allo stesso tempo allegro come la morte, nel giorno di Santa Muerte: perché ogni intaglio proveniva da Tijuana con tutta la gaia delizia dell’anarchia latina. Era lo splendido manufatto messicano in cui Butter conservava Rodney.
Solitamente viaggiava in business con lui, ma purtroppo a volte aveva bisogno di un “lettino” per quel suo piccolo fratello, non poteva tenerlo sempre con sé e l’unico modo per portarlo era una bella e preziosa scatola, come i tutti quanti i “piccoli” prima di lui.
Il suo bisnonno Jason aveva un “lettino” per ogni “piccolo”: al termine della sua lunga esistenza aveva accumulato una cosa come duecento “ragazzi”, che vivevano ancora con la famiglia Buffard.
Solo Rodney non era con loro, per volontà di Butter. Aveva voluto con tutto se stesso che Rodney vivesse col suo agente, lo aveva espressamente messo nel testamento redatto due ore prima dell’esecuzione, sul tavolaccio ferroso del death raw di Huntsville, tra le urla fameliche di Hubert ”Hubba” Ford, la Belva di Austin e il pianto continuo di Freddy Marshak, accusato di aver violentato e ucciso due bambine giù nel sud.
I genitori avevano acconsentito con riluttanza, perché tutti i “piccoli” erano con loro, ma era anche vero che Butter era padrone del suo destino e quindi non si sarebbero opposti. -Non temere Mà, ogni cosa andrà al suo posto, quando sarà ora-
E a quanto pareva così era stato.
Mentre il secondino urlava che l’uomo morto era in marcia guardò sua madre negli occhi e le disse che la amava con tutto il cuore, si fece portare con grazia verso quel patibolo terrificante.
Si congedò dal mondo in silenzio, da ventriloquo: guardò i presenti e senza fissare nessuno in particolare fece un sorriso dei suoi, gaio, faceto e rubicondo, lasciando nei presenti una vaga sensazione di malessere generale.

 

James non stava più nella pelle, cercava il modo di aprire quel baule in ogni modo, lo guardava e ci girava attorno quando Tammy, che era una bimbetta sveglia, cadde sopra al tappeto svelando una chiavicina, a dire il vero fu tutta fortuna, ma i bambini non conoscevano ancora la fortuna e la fiaba di Barbablù, e in fondo non erano nemmeno giovani mogli, quindi non c’era nessun problema.
Armeggiò per circa venti minuti, quando sempre grazie ad una gran fortuna il baule si aprì. James non capiva bene come avesse fatto, ma si dà il caso che quello che dormiva dentro quel baule di Santa Muerte era la bambola più bambolosa che i due avessero mai visto. Rodney aveva un sorriso gaio, faceto e rubicondo, con delle guanciottine rosa e gli occhi verdi penetranti come lame di coltello, capelli biondi tagliati a spazzola e un bel vestitino bianco stile Don Jhonson anche se loro, ovviamente, non sapevano cosa fossero degli occhi penetranti o i Vizi di Miami.
A vederlo così pareva una normalissima bambola da ventriloquo, ma a ben vedere si percepiva all’istante che Rodney era speciale, unico. Aveva nella tasca interna della giacca il suo “passaporto” e un documento d’identità come quello che era rilasciato ai bamboli di Mr. Roberts; pochi sapevano che i “piccoli” dei Buffard nascevano proprio al Babyland General, da una costola del famoso ospedale bamboloso, il cui nome era: “Puppet, Muppet, Frogger General Ltd.” I proprietari erano parenti della famiglia della moglie di un collaboratore di Xavier Roberts, tal Tabhita Abbott di Salem, Massachussets. La signora in questione costruiva, anzi “metteva al mondo” i più incredibili pupazzi del pianeta: Jason si serviva della nonna sin dal 1914, la perfezione dei dettagli era quasi diabolica, inumana. Nonna Abbott era la più grande fabbricatrice del mondo e aveva vinto premi in tutto il paese, persino la regina Vittoria le aveva commissionato giocattoli di pezza per i nipoti.

 

Rodney era quasi soffocato dentro il baule, dove Tori aveva messo anche altri due sacchetti che non avevano assolutamente attratto i suoi figli, che invece erano quasi caduti stecchiti alla vista di quel giocattolo letteralmente proveniente dall’Altro Mondo.
Tammy rideva così forte che Chiara salì in soffitta per rendersi conto di persona di tanta gioia: scosse la testa, prese il giocattolo dalle sue mani e li portò giù in camera loro.
Giocarono con Rodney tutto il pomeriggio, dimenticandosi del resto.

 

Tori tornò a casa molto tardi quella sera ed era stanco morto, diede loro a malapena il bacino della buona notte. Il mattino dopo entrò nella stanza dei giochi e per poco non cadde a terra: vent’anni di vita gli sfilarono davanti come un brutto film di serie B, quegli occhi verdi che lo fissavano in mezzo ad un sorrisone rubicondo, lo seguivano ovunque andasse, erano lì solo per lui.
I bambini gli mostrarono quel tesoro, Tori lo prese senza tante cerimonie, per riportarlo a nanna nella sua cassa della Muerte tra le rumorose proteste dei piccoli che piangevano senza tregua; non si fece intenerire e lo riportò da dove veniva.
Chiara a colazione si accorse che Tori era stanco e provato più del solito, ma alle sue richieste rispose che tutto era ok. -Non temere tesoro, sono solo molto stressato: è una settimana lunga, appena finirà questo cazzo di Motorshow tornerò quello di sempre-.
Chiara si mise a riassettare la cucina, da quando Tamara aveva tre mesi era diventata una Casalinga a tempo pieno e non aveva tempo per le sciocchezze. Mentre rifaceva i letti, James salì furtivo e sornione in soffitta per riprendersi Rodney. Tamara fu di nuovo felice e i loro giochi bambolosi poterono ricominciare selvaggi e incontrollati. La sera a cena Tori vide che i suoi figli avevano ripreso il consueto aspetto felice e non pensò più al “piccolo” Rodney.

 

Li portò a letto lui quella sera.
Un pugno nei testicoli sarebbe stato meno doloroso.
Tammy gli chiese di dare un bacino anche al loro amichetto, che dormiva nel lettino di Miss Vicky, la bambola prediletta, che adesso giaceva scocciata sulla sedia a dondolo di Teodoro l’orso marsicano. Tori aveva messo la cassa di Rodney nell’ultimo scaffale in alto, dietro all’albero di Natale e alle decorazioni.
-Chiara scusa, perché hai tirato giù la cassa bianca di legno decorata?-
-Cosa ti sei fumato, scusa? Quale cassa bianca? Quella che ti sei portato dalla Sicilia? Guarda che io l’ultima volta che l’ho toccata è stato quando ci siamo trasferiti qui … -.
Un brivido ghiacciato gli corse lungo la schiena, andò all’angolo bar e si fece un secchino di Jack Daniels, asciutto come il deserto prima di andare in soffitta senza parlare.

 

Salì le scale nuove come se fossero state antiche e abitate da fantasmi vetusti, fantasmi di altri mondi, con il sudore che gli colava sugli occhi e il cuore aperto a martello nel petto.
Saliva piano, come un uomo morto che cammina su una scala nuova in un mondo antico. Avanzava come se avesse avuto l’età di Tutankamon e non quarantatré anni; saliva con la certezza di vedere cose che non avrebbe voluto vedere.
Saliva come se stesse andando all’ultimo piano del World Trade Center il giorno dell’inaugurazione, come fece lui tredicenne assieme al nonno nel lontano 1973.
Il tavolino da the di Nonna Santobianco era impolverato, tranne che per uno spiazzo, dove vi era stato appoggiato un pacchettino nero avvolto in un vecchio sacco da immondizia di proprietà della città di Las Vegas. L’altro era a terra, di fianco alla vecchia sedia a dondolo, dove generazioni di Capuana erano stati cullati, sua madre compresa.
Tori chiuse gli occhi e li raccolse. Uno era morbido, l’altro compatto e bulboso. Ne avvertì la consistenza tra le dita, era ancora come nel 1991, una notte di tanti anni fa, in un’altra vita che non era più sua, ma che voleva tornare a esserlo con prepotente malvagità.
Il passato che cercava di risucchiare il futuro vorticando nel presente con un maligno sorriso gioioso di un burattino cattivo.
Adesso con quei pacchetti in mano capiva tanto, capiva tutto.
Aveva sempre pensato che Butter fosse un po’ strano, al confine della scempiaggine assoluta, ma se ogni americano picchiatello vivesse in manicomio, non ci sarebbe molto traffico nell’ora di punta in nessuna cittadina del Midwest. Non capiva perché l’ossessione per i pupazzi fosse così radicata nella famiglia Buffard, la viveva come il vezzo di una famiglia d’artisti, come il segno distintivo della follia geniale di quei personaggi strambi che costellavano le riunioni natalizie di Butter, come il prezzo da pagare al Gran Maestro del Talento.
Sentiva spesso parlare di Nonna Abbott, o di Missis Tabhata; della PFMG Ltd non come un’azienda produttrice di giocattoli, ma come una casa per orfanelli; sentiva Nonno Jason farfugliare cose incomprensibili in un idioma antico e misterioso che attribuiva alla senilità. Cose dette a mezza voce con lemma da ventriloquo dallo stesso Butter, che come accennato non era un fulmine, quindi Tori lo lasciava fare, come si fa con i bambini strani. Adesso però quei farfugliamenti gli rimbombavano in testa come urla durante un bombardamento nucleare, adesso capiva tutto quello che doveva, tutto ciò che non aveva voluto capire per il terrore, tutto quello che avrebbe potuto salvargli la vita e che invece aveva nascosto dentro ad una scatola dipinta di bianco.
Che cosa avrebbe detto a sua moglie, a sua madre, ai suoi figli?
Come poteva continuare a guardarli senza sprofondare nel liquido marrone dell’inferno?
Poteva davvero sperare che non lo avrebbero abbandonato e fatto estradare in Texas a finire come il vecchio Butter? Domande senza risposta. Domande dalle risposte così terrificanti da lasciarlo steso per sempre dentro un letto di dolori inespressi.

 

Quei pacchettini. Ricordo di un Natale gotico. Non erano nulla a confronto con quella schifosa bara laccata. Ebbe la visione più terrificante della sua esistenza: la Certosa di Bologna, una piccola bara bianca, rose bianche e gialle.  Tammy non era più Tammy, ma la copia ringiovanita di novant’anni di Rosalia Lombardo dentro la scatola di Rodney, con gli occhi aperti su un sorriso falso e gioioso e le guance rosa, come una bambola morta e resuscitata nel Babyland Hospital.
Aveva le unghie piantate nel palmo delle mani per non urlare e svegliare i morti, tutto girava attorno a lui, perché sapeva che James dal basso dei suoi quattro anni non era potuto salire per tre metri su di una vecchia scala traballante per recuperare la bara, sapeva che Rodney poteva fare molto di più di quello tutti pensavano.
Chiara non sapeva molto: gli aveva solo detto che era il ricordo del suo cliente più geniale morto in carcere. Non parlava mai di Butter e di quello che era successo a quei tempi.
Non sapeva di Donna, di Las Vegas, di Nonno Jason, dei duecento “piccolini” a casa Buffard, delle stranezze nelle notti di Halloween e dei sorrisi maligni sui faccini dei bambolotti nelle notti senza luna e senza nome e dei rumori nel silenzio. Lo stesso Tori non dava peso a tutti quei riti strambi che Butter e il suo vecchissimo nonno facevano in certi periodi dell’anno.
Non ci credeva nemmeno lui, come poteva raccontarlo a lei? Avevano riso di cuore alle parole di Amedeo il vicino stravagante, al pensiero di vivere sulle fondamenta di una casa stregata, non credeva alle fate e non temeva l’immobilità apparente dei bambolotti.
Pensava a Olympia, che non era solo il nome di un personaggio hoffmaniano, ma anche la “fidanzatina” di Rodney dai boccoloni neri e gli occhi azzurri che lo guardavano malevolmente ogni volta che andava al Thaeater e sentiva un brivido lungo la spina dorsale, credeva di sentire la voce segreta di Emma, la sorella di Butter, che faceva vivere quel tremendo pupazzo e sentiva trapanargli il cervello. Gli diceva che era solo colpa sua e di nessun altro se lui era morto in galera, sentiva il terrore dentro la gola e il bisogno di urlare. Aprì la bocca e urlò senza voce perché adesso Emma/Olympia gli stava dicendo tutto quello che avrebbe dovuto già sapere, e che in fondo al cuore sapeva benissimo. Aveva spalancato gli occhi e sapeva e sentiva tutto, ma non riusciva a muoversi.

 

James dormiva ormai beato e senza pensieri, forse senza sogni. Aveva una bollicina all’angolo della bocca e il lenzuolo arrotolato sotto il pancino nudo, il pigiama rosso aveva dei pagliaccetti che alla luce della luna piena erano inquietanti, con sorrisini idioti stampati tra denti affilati come lame, che crescevano abnormi nel ghigno maledetto di un terrore senza nome. Tammy invece stringeva a se il lenzuolo rosa e dormiva sognando di montagne caramellose e ottovolanti di zucchero.
Il loro sonno era benedetto dal silenzio e dall’innocenza, dormivano inconsapevoli dell’ignoto attorno a loro, dormivano senza un perché se non la stanchezza dell’infanzia, pronti a sognare e credere in ciò che vedevano dentro le serrande dei loro occhi. Tori urlava senza voce, come inchiodato al pavimento della soffitta, quella stessa costruita con travi avanzate dalla vecchia Villa Malvasia, quella che Amedeo dichiarava essere abitata da una bimba murata viva. Adesso quella bambina era come murata dentro il cuore di quel padre, che urlava senza farlo, congelato nella consapevolezza che i suoi bambini erano in pericolo, perché la verità a volte è peggiore delle bugie, perché la morte vive dentro a pezzi di vetro trasformati in occhi verdi, dentro a sorrisi gai e idioti. Sapeva di dover scendere veloce come il vento, ma non riusciva, non poteva muovere nessun muscolo.

 

Chiara stava lavando i piatti, erano le ventuno e trenta e il vento faceva sbattere un ramo contro il vetro del soggiorno, come un Passatore fantasma in cerca di riparo da quella luna piena grande come il pozzo delle streghe.
Ripensava alle parole del marito sul baule bianco, ma senza troppo preoccuparsi, perché Tori era così, poteva passare dalla luce del sole alle ombre in pochi secondi. Sin dai tempi del loro fidanzamento sentiva che Tori aveva qualcosa di pesante a opprimerlo, ma non avrebbe per nessun motivo fatto del male a nessuno. Almeno era quello che Chiara voleva credere con tutte le sue forze.
Lavava i piatti e guardava fuori una luna grossa e ventosa in una notte strana, fredda e silenziosa senza auto o persone in giro, tranne Annabella, la nipote di Amedeo che andava dallo zio come ogni fine settimana.
Peccato solo che fosse Lunedì.
Annabella era metodica, molto abitudinaria e Chiara non poté non notarlo, forse Amedeo non stava bene: ma lo aveva visto nel pomeriggio di buon passo con le borse della spesa, strano, che avesse subito un infortunio? L’indomani avrebbe indagato.
Anche se ancora non sapeva che l’indomani Amedeo sarebbe stato solo un punto indistinto tra i suoi pensieri, ma questo, Chiara, ancora non lo sapeva ed era giusto così.

 

James si mosse, facendo cadere Teddy l’orso marsicano che aveva ai piedi del letto; non sognava nulla, la notte dietro le sue palpebre era oscura e senza ricordi.
Tammy emise un sospiro, le giostre dei suoi sogni vorticavano veloci, troppo veloci, senza tregua e la piccola smise di respirare perché lassù in aria le mancava il fiato, non poteva che tenersi forte dentro la giostra impazzita e trattenere tutto dentro per non volare via nella notte buia, con la luna piena grossa come una moneta di formaggio.
Il vento sbatteva i rami del tasso contro la finestra del soggiorno e faceva vibrare la finestra chiusa male della stanza dei bambini, ma loro non se ne accorsero, perché il mago Sabbiolino gli aveva sigillato gli occhi molto bene. Il lettino di Miss Vicky adesso era vuoto, le copertine lanciate in un angolo.
Rodney dal sorriso gaio e faceto e le guanciottine rosa non era più lì.

 

Tori sentiva vorticare davanti agli occhi i sogni e l’assenza di sogni dei suoi figli, era senza fiato sopra quella giostra infernale, sentiva mancare la terra sotto i piedi, vorticava sempre più veloce e non riusciva nemmeno più a pensare, voleva urlare ma non poteva, riusciva solo a tenere gli occhi chiusi perché sapeva che se li avesse aperti sarebbero schizzati fuori.

 

Chiara guardava fuori dalla finestra, come ipnotizzata dal passaggio di Annabella, era come se potesse seguirne i passi piccoli e veloci sulla collina, sentiva il rumore scricchiolante dei suoi stivali e il frusciare del cappotto, sentiva la preoccupazione della nipote e la leggera ebbrezza dopo l’aperitivo con le amiche. Aveva scordato di avere un marito e due bambini, doveva solo seguire i pensieri della ragazza ormai lontana dalle sue finestre.

 

Rodney era ai piedi del lettino di Tammy, aveva quelle sue belle manine poggiate sulla sponda mobile e spingeva giù, con lentezza per toglierla senza far troppo rumore.

 

Tori percepiva con tutto il corpo che Rodney era li, lo vedeva bene.

 

Chiara invece non si era accorta che l’acqua era ormai fuori controllo. Non aveva chiuso il rubinetto e adesso un rivolo scendeva giù veloce e si dirigeva in soggiorno, sul tappeto peloso dell’Ikea, inzuppandolo di un colore scuro come pipì di un grosso dinosauro preistorico affetto da incontinenza universale.

 

James non sognava, ma aveva comunque tanta paura, perché sentiva il suo papà gridare a pieni polmoni, un grido disperato di cui non capiva il motivo: era tutto nero attorno a lui e non lo vedeva, non vedeva nemmeno la sua sorellina che però stava trattenendo il respiro, adesso aveva le labbra blu, James avrebbe voluto buttargli in gola tutta l’aria del mondo, ma non poteva farlo, perché era inchiodato al letto, era legato con un sottile cavo di ferro, una specie di bava di lumaca fredda e stretta, le caviglie e le braccia legate a doppio giro perché non si muovesse.
Quella bava sottile proveniva da una ferramenta di Las Vegas ed era stata acquistata nel 1991, il pomeriggio dell’ultimo spettacolo di Butter al Mirage.
Tori l’aveva messo in un sacchetto di carta marrone e poi in un sacco nero che una volta chiuso risultava di consistenza bulbosa a causa dei troppi giri si nastro grigio usato per chiudere quel reperto.

 

Era l’avanzo del filo servito a legare Donna Tucker al letto della suite Imperial affittata sei mesi l’anno a nome di Anthony Buffard al Flamingo.
L’altro pacchettino conteneva il nastro grigio con cui Salvatore “Tori” Santobianco chiudeva la bocca alle pollastrelle che non si comportavano bene.

 

Era la terza volta che ne uccideva una e tutto era sempre filato liscio.
In quegli anni era facile trovare delle Jane Doe ai lati delle higways e l’aveva sempre fatta franca. Distruggeva sempre i guanti e i preservativi con l’acido muriatico e bruciava di solito i resti degli abiti. La prima era una ragazzina che aveva incontrato a Las Vegas nel 1979, una coetanea in giro per l’America: Brenda Jenkins, diciannove anni di New Orleans. Era una biondina grassottella e molto simpatica con cui ci aveva subito provato e che aveva detto si senza esitare. Non lo aveva fatto apposta, durante un rapporto sessuale in un bosco le aveva stretto troppo la gola e lei era morta soffocata sotto il peso dei suoi centocinque chili. Non lo aveva fatto di proposito e preso dal panico, mentre tornava da casa della zia Jinny a Brushy Creek, aveva scaricato il corpo lungo l’autostrada.
Brenda diverrà molto famosa: peccato solo che tutti la conosceranno come “Calzini Arancioni”, abbandonata nella contea di Williamson Texas, e da tutti considerata una vittima di Henry Lee Lucas e Ottis Toole. Tori sapeva di averla fatta franca alla grande, ma era dispiaciuto che nessuno potesse riconoscere quella povera ragazza. Aveva preso tutti i suoi documenti e i pochi averi per distruggerli nel fuoco. Non aveva lasciato nulla.
La seconda volta era ubriaco fradicio. Durante la festa al Theater per salutare la prima turnèè di Butter attraverso gli Stati Uniti, nel 1988, aveva conosciuto una biondina esplosiva su cui mise gli occhi appena arrivato. Era una delle ballerine di fila, alta e statuaria dall’imponente nome teutonico: Helga Baumann direttamente da Monaco di Baviera, un Angelo Biondo esplosivo come trinitrotoluene. Anche Butter l’aveva notata e siccome era bello che andato anche lui iniziò a provarci di brutto. Era diventata una sfida tra i due ed Helga si divertiva come una pazza a vedere quei due giovani litigare farfugliando cose incomprensibili.
Si erano ritrovati dietro le quinte tutti e tre, ed erano saliti al piano di sopra, nel camerino che era stato di nonno Jason, tra le risatine alcoliche e una voglia matta di far festa.
Avevano iniziato a darci dentro, ma come logico non potevano farcela. Le cose erano degenerate e non ricordava esattamente cosa fosse accaduto, tranne che il mattino dopo Helga era morta con una calza stretta al collo e Butter che le dormiva sopra con una pozza di vomito di fianco.
Non sapeva bene chi fosse il colpevole, ma cercò di svegliare il ragazzo senza riuscirci; quindi prese gli abiti e la calza e li mise in un sacchetto del Wal Mart, lavò il corpo con della candeggina e lo nascose nella soffitta del teatro. C’erano solo loro due e poté fare con calma, la donna delle pulizie sarebbe arrivata solo nel tardo pomeriggio. Lo aveva nascosto dentro ad un baule dimenticato in un angolo e sperava che si decomponesse in fretta. Disse tutto a Butter che decise di fare ancora meglio: lo avrebbero bruciato assieme agli abiti e gettato lungo l’autostrada le ceneri ed eventuali resti.
Anche quella volta nessuno seppe nulla, di Helga non ci sono nemmeno i calzini.
Poi fu la volta di Donna, ma le cose non andarono esattamente come il solito: non ebbe nessun rapporto con lei, fu l’invidia nei confronti dell’amico sempre così sfacciatamente fortunato a spingerlo a ucciderla per metterlo nei guai, solo una grande dose di cattiveria che lo spinse a fare lo Stronzo Cosmico, uno stronzo fottutamente fortunato.

 

Tori adesso si ricordava del piccolo Rodney che lo guardava mentre inguaiava il povero Butter. Si, lo guardava senza muoversi col terrore dipinto sul bel faccino allegro.
Adesso sapeva che i “piccoli” dei Buffard erano qualcosa in più che semplici bambolotti: erano agenti dell’inferno preposti alla custodia della loro terrificante famiglia e quindi avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di vendicarsi. Aveva fatto in modo di seguirlo, perché ovviamente Rodney aveva potere sul suo padrone, ma chi avrebbe creduto a un sospettato che dichiarava che il suo bambolotto gli aveva detto il nome del vero assassino di Donna Tucker? Poteva appellarsi all’infermità totale, ma nessuno l’avrebbe bevuta, no, soprattutto nel grande stato del Texas.
Aveva dormito in soffitta per tutto quel tempo e poi al momento giusto aveva chiamato James e Tammy per giocare assieme e portare a termine il suo lavoro.
Tori vedeva tutto adesso, ma era come inchiodato al pavimento di quella cazzo di soffitta stregata. Sentiva il sangue fare su e giù dentro il suo corpo, aveva la gola secca e i piedi pesanti e la consapevolezza del piccolo demonio davanti al lettino di sua figlia.

 

Adesso Rodney era salito sul lettino e si era seduto sul petto piccolino di Tammy, la soffocava col suo gaio e faceto sorrisino mentre la madre guardava una vicina ormai lontana e il padre urlante in soffitta aveva perso la voce.
Tammy aveva le labbra blu e James ancora dormiva, non poteva sentirla perché nel suo mondo buio senza sogni poteva sentire solo il padre disperato che lo spaventava a morte. Vedeva la sorellina, ma adesso era come Miss Vicky, quindi non le distingueva, non poteva fare nulla se non guardare quella strana sequenza di cui non capiva nulla, aveva in fondo solo quattro anni. Trentacinque anni dopo sarebbe stato uno dei più importanti luminari della medicina rianimativa, ma ora era ancora un moccioso che se la faceva sotto quando la porta dell’armadio rimaneva aperta di notte e poi era legato con la bava metallica di Donna.

 

Tori lo poteva vedere e provò a chiamarlo, con tutto il disperato silenzio che aveva dentro, gli urlava di aprire gli occhi e chiamare la mamma, gli diceva di urlare con tutto il fiato che aveva in corpo.

 

Chiara aveva i piedi nelle Chuck Taylor bagnati fradici e lo sguardo perso di chi sogna mondi lontani.

 

Tammy era fredda ora e Rodney la guardava allegro.

 

James sentì il padre, provò ad aprire gli occhi, ma non vedeva nulla, era troppo buio.
Distingueva però la sagoma del loro nuovo amichetto ed eseguì gli ordini del padre, provò ad urlare, ma non gli usciva la voce. Aveva del nastro grigio sulla bocca.

 

Tori lo vedeva, vedeva il luccichio del nastro e gridava a suo figlio di provaci lo stesso, di urlare forte nonostante tutto perché Tammy era in grossi guai, doveva chiamare mamma ad ogni costo.

 

Chiara intanto non si accorgeva di nulla. Stava sognando Las Vegas anche se non c’era mai stata. Vedeva la strip ed il luccichio dei casinò, sentiva le voci e il vento del deserto che sbatteva contro la sua porta di casa. Perché adesso vivevano nel deserto del Nevada in una baracca lontano dal mondo e Rodney stava seduto a capotavola e li guardava tutti negli occhi, occhi di vetro come i suoi in corpi immoti come il suo. Anche loro ormai erano bambolotti e il loro ventriloquo era un ragazzo biondo tanto somigliante a Rodney, tranne per i vermi che gli uscivano dalla bocca e la pelle secca come quella di una mummia egizia di diecimila anni fa.
Il ventriloquo diceva che adesso erano tutti con lui, per l’eternità.
Chiara voleva urlare senza farcela perché sentiva di non essere del tutto addormentata, ma nemmeno del tutto sveglia e aveva la gola secca.
La baracca girava vorticosamente sotto i suoi piedi, Tammy aveva il faccino tutto nero e stava dentro la bara bianca del pupazzo mentre James dormiva terrorizzato come un piccolo faraone morto e imbalsamato male. Tori dalla soffitta le urlava di svegliarsi del tutto, che le travi stregate della loro casa avevano risvegliato il bambolotto incazzato del suo amico Butter e che i bambini erano in pericolo, un pericolo mortale. Chiara non sapeva più se era nella baracca polverosa o a Bologna, ma sapeva che doveva muovere i piedi e correre dai bambini. Non sapeva bene cosa volesse dire suo marito, ma non era importante in quel momento. Solo che i suoi piedi non ne volevano sapere di muoversi, erano così pieni d’acqua da non farcela, le scarpe pesavano come bauli di piombo, ma doveva muoversi lo stesso, doveva provarci in tutti i modi, a costo di amputarseli.

 

Tori le urlava di togliersi le scarpe.

 

Chiara come una sonnambula si tolse le scarpe e a piedi nudi cercò di andare nella cameretta dei ragazzi, avanzava nel corridoio come un carro funebre, un catafalco di morte e dolore fino al midollo, si muoveva e sentiva che il vento caldo del deserto la spingeva indietro, lontano da tutti loro, il vento la spostava e il peso dell’acqua la fermava. Nonostante tutto, Chiara andava avanti: a costo di metterci tutta la vita sarebbe entrata in quella camera per salvare i bambini.

 

Tori poteva vederla, sentiva la forza distruttrice del vento e dell’acqua, il terrore buio senza sogni e gli mancava il fiato, aveva le labbra blu e sapeva che sarebbe morto in poco tempo.
Nonostante tutto cercava l’aria, cercava la moglie in corridoio per dirle cosa fare, cercava James per dirgli di stare sveglio e Tammy per cullarne l’inconsapevolezza. Sentiva che stava per perdere la figlia, sapeva che la colpa era sua, solo sua e che le bugie non hanno solo le gambe corte, ma anche vita breve e travagliata. Poteva pentirsi, ma non sarebbe servito perché le ragazze e Butter erano morti da tempo, poteva cercare la redenzione, ma non esiste per chi è come lui, aveva barato con il destino, con la morte e con Rodney e il pupazzo proprio non lo mandava giù.
Aveva aspettato dieci anni e certamente avrebbe aspettato anche per altri mille se necessario, Rodney aveva tutto il tempo che esiste.

 

Aveva dormito in una bella bara bianca, con Santa Muerte a tenergli compagnia nelle fredde notti d’inverno, perché nessuno poteva sapere che Rodney aveva una paura fottuta del buio e i suoi occhi gai piangevano, che si sentiva solo e fregato nella casa di quel mostro cattivo, con quei suoi bambini rumorosi e troppo biondi per non dargli sui nervi. Adesso finalmente poteva riprendersi il piacere di vivere la sua vita semplice di burattino da ventriloquo.

 

Chiara era quasi a metà corridoio quando cadde a terra. Stava annegando in un mare d’acqua sporca e saponosa, lottava per risalire in superficie, sentiva le forze andarsene via, il fiato che mancava e la voce di Tori, lontano dentro il mare che gli urlava di risalire su, di non morire, di continuare a lottare per salvare le loro vite.
Poi, tutto fu nero.

 

Tori non sentiva più niente, era buio attorno a lui, cadde a terra e fu risucchiato dal nulla assoluto.

 

Il mattino dopo, o meglio, qualche mattino dopo, Tori si risvegliò.
Era in una stanza estranea, in un letto di ferro e non sapeva dove si trovasse.
Un tipo strano con pantaloni blu e riga rossa lo piantonava dalla porta, sembrava un carabiniere, ma non poteva esserne certo. Entrò una teoria di persone in camice verde e allora capì di essere in ospedale, lo avevano portato al Maggiore in preda al delirio. I vicini avevano visto dell’acqua uscire dalla porta della loro casa e aveva chiamato i soccorsi.
Era la mattina del primo novembre, nebbiosa e fredda come poche e le infermiere armeggiavano su di lui; il dottore disse qualcosa al carabiniere che uscì.
-Ben svegliato signor Santobianco, allora? Come andiamo oggi?-
-Scusi dottore, ma dove sono i miei? Stanno bene vero?-
-Non si preoccupi per loro, pensi piuttosto a se ora, i suoi stanno bene. Tamara si è ripresa, anche se è stata in prognosi riservata e sua moglie è ancora ricoverata al Rizzoli, i suoi bambini invece sono su al sesto piano con i nonni, appena possibile li potrà vedere forse, ma adesso parliamo di lei.
Ha visto vero il carabiniere? Bene, appena si riprenderà un po’ parlerà con loro; per quel che mi riguarda, le posso dire che tra ventiquattro ore, al termine dell’osservazione la passeremo in reparto e adesso mi scusi, finisco il giro, a presto, Santobianco-.

 

 

Il dottore era stato stronzo come pochi, ma forse sapeva tutto. Forse aveva capito.
Il dottore altezzoso sapeva di avere un fottuto serial killer inchiodato a letto. Lo avrebbe castrato chimicamente e poi gettato in fondo al pozzo. Sentiva la testa girare, vide tutto fosco, come dentro una cassa da morto senza fondo e si riaddormentò senza sognare nulla.

 

La primavera bolognese era ormai un profumato ricordo sfumato nella calda estate di Giugno, Chiara non viveva più al 449 di via Zanardi, e nemmeno Tori.
Era alla Dozza in’attesa di essere estradato in Nevada, l’ultimo stato in cui aveva ucciso Donna Tucker quindici anni prima e sapeva che il suo era un omicidio capitale, quindi si sarebbe sdraiato su lettino proprio come il suo amico Butter.
Chiara invece si era trasferita fuori, in provincia, dove nessuno sapeva chi fossero lei o l’ex marito o almeno così sperava. Adesso era un’altra persona, ombrosa, diffidente, disillusa e senza sogni.
Lavorava per i suoi bambini, ma un tarlo la stava pian piano distruggendo.
Chiara era morta esattamente come Brenda, Helga e Donna, era morta senza dire una parola.
I suoi figli forse avrebbero dimenticato, in fondo non erano solo sogni, quelli che avevano fatto? Per Chiara tutto era diverso, tutto ormai non aveva più senso, aveva vissuto per troppo tempo dentro ad un inganno non suo. Aveva pensato tante volte al suicidio, ma non avrebbe permesso a quello sconosciuto alla Dozza di vincere.
In un modo o in un altro, avrebbe vinto lei. Soprattutto ora che era in un nuovo posto dove ricominciare. Lontana da un passato oscuro, ma soprattutto non più dentro al sogno di un pazzo.

 

La casa di via Zanardi era stata venduta all’asta tre anni prima. Era stata acquistata da un italo americano di origini toscane, tal Giacomo Buffardi.
In soffitta erano rimasti solo due scatoloni di decorazioni natalizie e il baule bianco del piccolo Rodney. Chiara non ne voleva sapere nulla.

 

Rodney aveva saputo aspettare nonostante avesse tanta paura del buio. Una bambina murata viva gli aveva tenuto compagnia nelle oscure notti invernali.
Aveva saputo aspettare perché lui ha tutto il tempo del mondo …

Questo è un ricordo per chi era bambino ai miei tempi. Quando i ventriloqui, i maghi, e gli illusionisti erano parte integranti della televisione. Uno spunto per chi è bambino adesso e ha voglia di vedere qualcosa di diverso, buona visione, io lo adoravo!!

Categorie: Libraio, Racconti, Scrittoio

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