L’UNICO POSTO IN CUI POSSIAMO ANDARE

Ho pensato moltissimo a come inaugurare questa sezione. E’ stato un avventuroso viaggio dentro la mia testa, nei miei taccuini, nei diari, nei fogli sparsi un po’ dappertutto in quest’anarchica Officina piena di matti e di sognatori. Poi ho pensato che in fondo il battesimo del fuoco in qualche modo doveva avvenire e che quindi dovevo decidermi. Ho scelto questo perché parla di libri e d’amore malato. Fa parte di una raccolta (mai pubblicata) del 2010 dal titolo “Quotidiano d’ombra”: perché la vita ha i suoi posti al sole ma soprattutto tanti posti dove il sole non arriva mai. Questa biblioteca del racconto è proprio lì, al confine tra il possibile e l’ineluttabile. Non è una storia allegra, ma la scrissi di getto in un pomeriggio noioso e ne sono soddisfatto. Mi auguro che soddisfi anche voi….

Buona lettura!

 

Credo che i libri posseggano l’odore del tempo passato.
L’odore del tempo che si è depositato assieme alla polvere in mezzo alle pagine, l’aroma pungente di tempi che non ci sono più, ma che possono tornare ogni volta che le pagine vengono aperte.
I libri si possono amare tanto; quante ore passate dagli amanti in mezzo ai sogni che altri hanno sognato, in altri luoghi, in altri tempi. I libri diventano, una volta scritti, di tutti coloro li vogliano leggere, di chi li amerà e di chi li odierà. Sono parti di un tutto più vasto e denso, sono testimoni di cose che forse sono accadute solo nei sogni dello scrittore; hanno un potere, i libri: quello di uscire ed entrare, nello stesso momento, dalla testa al cuore di chi legge; hanno il potere di creare e distruggere, sono mattoni da costruzione di edifici magici, sono i desideri degli amanti. Le pagine dei libri portano dentro un ricordo lontano di cose ormai morte, ma che possono tornare ogni volta che si vuole. Leggere è come andarsene da un’altra parte per un po’e credere che ciò che leggiamo sia vero, sperare che prima o poi qualcosa, da quelle pagine, possa uscire davvero e diventare reale, anche solo per un momento, per  continuare ad illudersi che tutto possa andare bene. Quando leggiamo, in un certo senso viviamo in un’altra dimensione: andiamo via e tutto diventa possibile; ogni volta che apro un libro permetto a quello che vi sta dentro di saltare fuori, di vivere e scintillare nei miei occhi, creo universi paralleli che potranno respirare col mio respiro e non morire mai. Le biblioteche sono i castelli dove i libri riposano, vivono e cercano la loro immortalità. E i libri sono i draghi e i guardiani dell’altrove; quell’altrove letterario, dove le vite vengono non solo vissute ma anche sognate.
Ho sempre creduto al fatto che quello che dimora nelle pagine non finisca mai nell’oblio, perché accade che qualcuno lo legga, che vi sia la possibilità di rivivere quello che raccontano senza riserve e con tutta la forza possibile.
Io sono il bibliotecario di Villa Morante, dove sono custoditi cinquantamila volumi antichi e moderni. Vi sono cinque custodi che a turno vigilano questo tesoro, chiuso al pubblico e accessibile solo agli studiosi o ad autorizzati.
Se devo essere sincero trovo che tutto ciò sia un delitto. Queste meraviglie dovrebbero essere accessibili a chi ama questi mondi segreti. I libri sono tutta la mia vita e non solo per il mestiere che svolgo da quarantadue anni, ma anche per la passione che risvegliano in me. Anche oggi che ho tante primavere dietro le spalle sono ancora capaci di insegnarmi qualche cosa; ho la sensazione che potrei non morire fino a che la mia sete di conoscenza rimane viva, piena e desiderosa come tanto tempo fa. Avevo diciotto anni quando entrai per la prima volta in questo luogo. Ero uno dei custodi ma poco tempo dopo il bibliotecario andò in pensione e la signora Morante mi chiese se volevo prenderne il posto. Aveva visto la passione che mettevo nel lavoro e avrebbe avuto piacere nel vedermi in quel ruolo; quel giorno diventò uno dei più belli della mia vita.
Li tengo e li coccolo, sono i miei tesori questi edifici di carta, molte sono prime edizioni rarissime: il primo Dracula di Stoker, Frankenstein della Shelley, i diari originali di Alister Crowley, molte lettere di George Mallory della prima spedizione sull’Everest. Una rarissima edizione autografa con note dell’autore dei Promessi Sposi del Manzoni, alcuni testi scientifici di Aldini, una copia settecentesca del Malleus Maleficarum, riviste francesi di arte e moda dei primi del novecento e così tante altre cose che potrei stare tutta la notte a elencare, ma comunque ne dimenticherei a centinaia. La famiglia del signore, in diverse generazioni, ha raccolto una smisurata collezione invidia di molte città; hanno acquistato tutto quello che poteva essere interessante, importante e soprattutto quello che hanno amato leggere nel tempo. Il signor Morante è morto due anni fa, proprio nella biblioteca, per infarto. Soffriva sin da bambino di problemi vari di salute e amava rifugiarsi qua, per trovare sollievo a un dolore che a volte era anche mentale. Lo trovammo io e la signora, preoccupata per l’assenza del marito a cena. Mi chiese di darle una mano. Era seduto sulla sua poltrona preferita, aveva sulle ginocchia il primo Dracula e un brivido mi percorse la schiena. Non avevo mai visto un morto prima di allora e mi resi conto di come la vita sia una cosa che si vede, quando è presente.
Le labbra bluastre erano appena socchiuse, le braccia composte sui braccioli, la testa appena reclinata. Sembrava addormentato, ma era chiaro che si trattava di un sonno eterno e senza ritorno.
Mi sentii male, non tanto per lui, ma per la signora. Sapevo che quella donna minuta, senza il suo grande amore sarebbe potuta morire presto. Fu tremendo: i figli poterono poco per la sua disperazione ma poi, come spesso accade nella vita, si rese conto che il tempo scorre e non ci riporta chi abbiamo amato, ma ci consente di continuare a farlo vivere nei nostri ricordi. La morte poteva essere un nuovo inizio ed ora, un poco per volta, giorno dopo giorno, la signora poteva riprendere a vivere. Viene qua spesso e si siede sulla sedia del marito e ogni tanto ci scherza: quando era vivo guai a chi la occupava. Mi accorsi che le cose stavano cambiando quando per la prima volta vi si sedette.
La guardò, guardò me e fece una cosa molto sconveniente per una signora del suo rango: una pernacchia, sonora e allegra. Poi, guardandomi disse che ora era sua e mi fece l’occhiolino. Io non resistetti e mi tenni la pancia dal ridere, quel giorno la biblioteca era chiusa al pubblico e fu tanto divertente che anche adesso, nel raccontarlo, ho le lacrime agli occhi. Giacché il ghiaccio si era rotto le feci notare che poteva far causa agli eredi Stoker; il nonno, dall’aldilà, aveva ucciso per lo spavento un suo lettore devoto. Si mise a ridere. Mi disse di non averci fatto caso all’epoca perché era troppo sconvolta: le credo.
I libri sono un balsamo per le anime afflitte, sono un rimedio naturale contro la voglia di morire; non si ha nemmeno il tempo di pensarci perché l’amore tra le pagine, diventa molto più intenso, vero e non si vuole nient’altro. Non ho mai pensato nemmeno per un momento di andarmene. Di certo la bellezza della signora ha aiutato molto le mie decisioni, ma lei è la mia datrice di lavoro e vive in un’altra dimensione sociale. So di essere trasparente per lei, ma non m’importa; mi basta vederla, sentire il suo profumo dolce alle rose, sempre lo stesso da che sono qua, sapere che di me si fida e che posso aiutarla quando entra nel mio mondo fatto di libri e polvere profumata. È una delle donne più belle che abbia mai visto: da ragazza era come una specie di visione di sogno; il signor Morante l’aveva sposata un mese prima del mio arrivo. Ero un ragazzino e me ne innamorai perdutamente al primo sguardo. Sapevo di non avere nessuna speranza. Ero non solo il loro bibliotecario, ma anche di una classe sociale diversa e un tempo le cose non erano come oggi, poi diciamolo pure, non sono mai stato bello ed affascinante come il signore. Lui era bello quanto lei, ricercato e molto simpatico, ma ho sempre avuto il dubbio che avesse molte altre donne all’insaputa della moglie. Poi scoprii che nel loro mondo avere delle amanti non è così strano e le mogli se ne fanno una ragione molto in fretta. Non si ha tempo per delle scenate volgari e disdicevoli, c’è altro di cui occuparsi.  Lei sapeva o forse no, ma non ha mai dato segni d’insofferenza. Io ero arrabbiato, perché non capivo come si potesse anche solo pensare di avere altre donne con una moglie così meravigliosa. Molti uomini le facevano la corte, ma li ha sempre rifiutati tutti. La sera a volte mi fermavo dopo l’orario di chiusura e potevo vedere da una fenditura la sala delle feste, che era sul lato nord, proprio attaccata alla biblioteca e durante quelle serate mi fermavo apposta per spiare, per poterla vedere immersa nel suo ambiente, con le fantastiche toelette che indossava per quelle occasioni. Volevo immergere lo sguardo dentro di lei, su quella bellezza che mi toglieva il sonno. Non mi sono mai sposato e credo che sia dipeso da quest’ amore disperato ed impossibile che mi consuma ormai da quarantadue anni.
Sono un po’ matto, lo so, ma non posso farci nulla, così è andata la mia esistenza. Non ho più possibilità: le cose non sono andate come credevo, ma ho il mio lavoro e le sono accanto tutti i giorni. Molti uomini non stanno così nemmeno con le loro mogli, quindi mi sento fortunato, davvero. Il mio lavoro procedeva come sempre dopo quel giorno, con lo stesso ritmo e la stessa passione. Ogni cosa mi sembrava bella e degna, i libri continuavano ad aumentare dopo l’arresto forzato a causa della morte del signore e tutto era ricominciato senza intoppi.
Poi a un tratto, le cose sono cambiate. Non me ne resi conto subito perché ero oberato di lavoro, quindi non potevo accorgermene.  Un mese dopo aver rotto il ghiaccio, la Signora se ne andò per una vacanza di tre mesi in Europa. Lo venni a sapere per caso due giorni dopo la sua partenza e per me fu tremendo. La cosa mi devastò. Il mio sentimento per lei stava diventando ossessione, sapevo bene che la cosa era pericolosa ma non potevo certo andarmene, non avrebbe risolto la cosa. Andavo avanti per forza d’inerzia, le cose non avevano colore, non c’era nulla che avesse senso, ogni momento era senza scopo, ma avevo molto lavoro da svolgere. La biblioteca era in fermento: molti accademici in quel periodo preparavano tesi e libri di testo quindi dovevo controllare una mole immane di testi e documenti , controllare che non uscissero dai locali a cui erano destinati. La cosa mi serviva a non pensare, dovevo solo impegnarmi, poi tornare a casa a sognare e ricominciare il giorno dopo, come se fosse il primo giorno, con lo stesso amore ed entusiasmo. Non era difficile, ma ero un automa: senza idee e senza scopo, senza desideri concreti o voglia di vivere. Ero molto triste. Lavoravo, ma con la morte nel cuore, contando i giorni che mi separavano dal ritorno della Signora. Non vivevo che per quel momento. Il solo pensarvi mi rendeva elettrico e credo che le persone attorno a me se ne fossero accorte.
Non mi ero mai sposato per vivere di lei, del suo riflesso e del suo profumo che a distanza di tutto quel tempo potevo ancora sentire tra gli scaffali. Ovviamente lo potevo sentire solo io perché era dentro il mio cervello, nelle narici, un ricordo vellutato per andare avanti nei giorni bui. Se penso a quante ore ho passato a pensare a lei, a sognarla, non per i suoi soldi, ma per la sua bellezza. Quello che volevo di materiale l’ho ottenuto venendo qua a lavorare: come ho Vissuto io questi libri non l’ha fatto nessuno. Quello che ho sempre desiderato nel profondo è lei. Ho immaginato tante volte di dedicarle un romanzo, per sapere fin dove arriva il mio desiderio, per stupirla e farla innamorare del piccolo bibliotecario dai fondi di bottiglia e la pancetta, ma non ho mai avuto il coraggio, in fondo ho troppa paura di vivere concretamente e non so se lo sopporterei.
Poi, la mia Signora tornò. E fu l’inizio della fine. Non era stata semplicemente in vacanza. Era partita per il viaggio di nozze. Si era risposata. Venni a sapere che il nuovo Signore era il suo amante da nove anni e ne rimasi sconvolto.
Non so se ero distrutto per il matrimonio o per la corruzione dell’idea che di lei avevo. Un’idea ormai sgretolata, sciolta nell’acido della verità: in un secondo mi resi conto che la donna che amavo non era diversa dalle sue amiche civettuole e frivole, che passavano il tempo a rincorrere gli uomini degli altri. Donne facili e senza valori.
La mia Signora era una grande traditrice. Mi sentivo defraudato della giovinezza, del mio ardore sprecato per un immagine fallace. Anni perduti dietro all’illusione di un domani meraviglioso, di un amore possibile, ma a sua volta incolmabile. Avevo perduto dieci anni di vita in un solo secondo. Dovevo continuare a lavorare, senza battere ciglio, far funzionare la macchina come sempre, a perfezione e con precisa correttezza. Tutti si aspettavano qualcosa da me e non potevo deludere nessuno. Il mio lavoro, in fondo, era l’unica cosa reale che possedevo, che mi apparteneva: nella vita nient’altro aveva contato.
Mai in vacanza, sempre vicino a casa per poterla vedere ogni volta che era possibile, ogni mio giorno vissuto per un sorriso, una parola, un pensiero. Il sogno della mia vita era diventato l’incubo più brutto. La Signora venne a vedere come me la cavavo con tutto quel lavoro e come sempre fu molto felice e soddisfatta. Amava molto quei libri appartenenti al primo marito e che ora erano solo suoi. Li amava quasi quanto me e nonostante il nuovo matrimonio ogni giorno veniva a leggere tra la polvere e gli scaffali, sulla poltrona del marito, con desiderio e passione; ogni giorno voleva arricchire la sua conoscenza per non rimanere sola con se stessa.
Mi accorsi però di una cosa molto strana, triste, almeno per me: dopo quarantadue anni aveva cambiato profumo. Come aveva cambiato marito, così l’odore; forse era il profumo che usava con quello che ora era suo marito ai tempi del tradimento; forse era l’odore che lui amava, ma questo pensiero mi rovinava il sonno. La gelosia era troppo, troppo forte; mi sentivo come un animale in gabbia pronto all’agguato: stavo lentamente impazzendo. Goccia a goccia la pazzia voleva insidiarmi per lasciarmi dentro a un ossessione che chiamavo Amore.
Poi tutto accadde in pochi minuti, pochissimo tempo che mi divise da quello che ero e non sarei stato mai più. Non sapevo ancora bene cosa avrei fatto o detto, cosa sarebbe successo; la vita era ancora attaccata alle mie ossa assieme ai tendini e ai muscoli, ma a breve ogni cosa sarebbe diventata tutta nera.  Erano pochi minuti, ma a me parvero ore.

Ieri mattina la mia Signora venne prima del solito; era il giorno di chiusura al pubblico e c’ero solo io a lavorare. Quando entrò mi resi conto di quanto fosse ancora bellissima ed elegante. La vidi e fu come se fosse la prima volta. Si avvicinò per salutarmi mentre ero in piedi dietro al tavolone, non potei resistere: le andai accanto. Ero così vicino da poterle sfiorare la guancia. Le dissi quanto fosse bella e quanto la desiderassi, come avrei voluto che fosse mia e solo mia, di nessun’altro, solo mia e mai più sfiorata da occhi altrui. Lei rise, con una voce cristallina, come ghiaccio di montagna che scende a valle. Ero come impazzito: non potevo sentire, volevo solo che mi ascoltasse. Le presi entrambi i polsi e lei ne rimase così sorpresa da tacere come stordita. Non sapeva cosa fare: era perplessa; tra lo schifato e lo spaventato, ma non m’importava. Le dissi solo di tacere e ascoltarmi. Lei doveva sapere quanto la amavo e come la desideravo. Le dissi tutto: che l’amavo dal primo istante e che avevo sempre sognato di essere suo, di come ero rimasto male per il suo viaggio ed inorridito dal suo matrimonio. Quell’uomo non era adatto a lei, mentre io ero l’Uomo Perfetto. Sapevo di essere io quell’uomo e lei doveva guardarmi per capirlo. Eravamo alti uguali, le misi gli occhi dentro i suoi e le imposi di vedere bene cosa stava perdendo.
Lei ora era spaventata, ma non poteva reagire, non ce la faceva: era terrorizzata da me, l’unica cosa che riuscì dire era che ero matto come un cavallo, che le facevo ribrezzo e che dovevo lasciarla immediatamente. Non potevo farlo perché non ci riuscivo, non ce la facevo. Le strinsi le mani al collo tanto quanto non credevo di poter fare. Strinsi forte e chiusi gli occhi. Sentivo che le sue forze stavano finendo, non si opponeva,  pian piano se ne stava andando e sarebbe morta. Mi rendevo conto che la stavo uccidendo, le stavo togliendo le energie, la vita, ogni fibra di sentimento; ogni speranza stava defluendo via dalle mie mani, lungo i miei polsi. Ero appena diventato un pazzo assassino. Ero come un fantoccio di uomo che disperatamente si aggrappa a un alito di vento esalato dalla gola del suo amore. Stava rantolando. Non sapevo che per morire ci volesse tutto quel tempo e quella forza. Ero preda di un mostro orrendo che mi stava consumando. Passavano i minuti ed erano come ore, avevo l’impressione che ogni secondo della sua esistenza stesse scorrendo dentro i suoi bellissimi occhi verdi, ormai acquosi e vitrei, ma sempre stupendi. I capelli neri raccolti in una crocchia erano ancora lucidissimi e credo li tingesse per non mostrare quelli bianchi. Erano scomposti ora, spettinati: per la prima volta potevo vederla dalla stessa distanza da cui gli amanti potevano possederla, sentivo l’odore e la morbidezza della sua pelle, sentivo il suo respiro affievolirsi e la vita andarsene, come accadde quel pomeriggio che trovammo il suo primo marito morto non molto lontano da qui. In quel momento capii che volevo davvero che lei morisse in mezzo a tutti quei bellissimi libri che le erano appartenuti per tutti quegli anni. Erano gli unici amici sinceri che possedeva ed era giusto così: doveva finire dove tutto era iniziato. Mi resi conto che era morta perché mi cadde ai piedi. Senza pensarci troppo me ne andai, in trance, non sapendo bene cosa avevo fatto, senza capirlo davvero.
È sera ormai e credo che tra poco mi troveranno; avranno capito che io c’entro con la sua morte.
Non mi avranno vivo. Non posso sostenere i loro sguardi e i loro giudizi: non sopporto il pensiero di ciò che ho fatto. Chi mi troverà potrà leggere queste parole e forse potrà comprendermi: potrà sapere che io non ero cattivo, ma solo innamorato. Ho amato così tanto da decidere che era ora di finirla, che il futuro non ha senso senza di lei, che gli amanti sono destinati a riunirsi in un abbraccio mortale, senza fine e che la ritroverò da qualche parte, nell’inferno in cui l’ho gettata che è lo stesso dove andrò io. Sento delle sirene in lontananza, son quelle dei carabinieri, loro sanno ma non sanno cosa ho dentro e non potranno mai capirlo perché il desiderio è quello che consuma ogni fibra e l’amore è quella lama sottile che ha squarciato la verità che credevo di possedere.
Addio, ma senza lacrime. Perché sulla terra non ho lasciato tracce concrete del mio passaggio: nessuno ha mai guardato dentro i miei occhi fino a ieri mattina. Devo andare da lei, la sola che abbia mai amato.
Addio a tutti voi che leggerete. Addio alla vita e a tutto quello che ho avuto.
Spero solo non sia troppo doloroso; credo che quando sfonderanno la porta mi troveranno sul letto. Mi sono vestito di tutto punto e suppongo  il cianuro farà in fretta ad agire.
Spero solo che non mi trovino contorto come un burattino caduto da un grattacielo.
Addio a tutto quello che ho voluto. Addio. Sono già qua sotto …

Il nostro povero bibliotecario. Ascoltare questo pezzo aiuta a comprenderlo un po’….

 

Categorie: Racconti, Scrittoio

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