Sorella, mio unico amore

Sorella, mio unico amore Book Cover Sorella, mio unico amore
Scrittori italiani e stranieri
Joyce Carol Oates
Romanzo
Mondadori
2009
Rilegato
667

Bix e Betsey Rampike a prima vista sono un caso di esemplare normalità suburbana: vivono non lontano eppure distantissimi dalla grande città, in un New Jersey tanto bello quanto crudele nelle sue frammentazioni economiche e sociali; conducono un'esistenza a metà tra appagamento e ambizione; hanno due figli che, se per Bix sono monito di un perenne senso di colpa venato di responsabilità, per Betsey rappresentano il veicolo di sogni di gloria e di riscatto, alimentati da una sottocultura della celebrità ormai del tutto pervasiva nella middle class americana. Le aspettative su Skyler, il primogenito, si sono purtroppo infrante in seguito a un incidente che lo ha lasciato claudicante. Diverso però è il caso di Edna Louise, graziosa bambina che sin dalla più tenera infanzia dimostra un talento fuori dal comune per il pattinaggio su ghiaccio che promette di lanciarla nello scintillante mondo dell'agonismo professionistico e dello show business. Una serie di eventi tragici condurrà il protagonista a rivedere tutto quello che sa sulla vita . Una madre e un padre che al contrario, non sapranno fare i conti col senso della responsabilità che schiaccerà tutti inesorabilmente.

 

 

Sorella, mio unico amore è una lettura dura, straziante, complessa, ma che alla fine lascia la porta aperta alla speranza di esistere e resistere; dopo tanto dolore vieni ripagato dall’afflato di espiazione/salvezza che aleggia attorno al protagonista, Skyler Rampike.

È una lettura splendida, una specie di vangelo popolare dove l’ipocrisia che distrugge trova giustizia poetica nella redenzione della morte, che tutto sistema e ridimensiona.
E da quel giorno tutti vissero orribilmente” (pag 371). Potrebbe essere tranquillamente il sottotitolo dell’opera; felicità e disperazione corrono sullo stesso binario, un sottile divario che accompagna il lettore durante tutto il libro. Si rimane sospesi nell’incertezza dell’essere, nella precarietà di un’esistenza a volte disperata, altre sublime, ma per la maggior parte desolante. La vita appare come un posto terribile in cui stare, un cammino inesorabile verso la distruzione di ogni certezza.

A un certo punto Skyler dice “non sono abbastanza forte per la felicità. La disperazione è la mia unica forza” (pag. 647) e chiarisce una volta per tutte la sua visione del mondo e della vita.
Non è una lettura semplice e agevole, tutt’altro; Joyce Carol Oates è pur sempre una delle massime scrittrici viventi, ma riesce comunque a rendere complesso leggere questa storia. La difficoltà proviene dal tema che tratta: una storia “vera” tanto straziante da sembrare fasulla.

Scorre veloce e senza indugio, ma ti rimane sempre la sensazione che ci sia qualcosa che sfugge, che non vuol essere detto perché troppo inverosimile. E’ una storia vera, ma che conserva pur sempre una sacca di fantasia, non è “vera” come il massacro del Texas a opera di Faccia di cuoio, ma è comunque la storia della morte e della “vita” di una piccola Miss America: Bliss Rampike/JonBenet Ramsey raccontata dal fratellino Skyler/Burke, che all’epoca del fatto aveva solo nove anni. La Oates non si prende nemmeno la briga di cambiare l’età dei bambini.
Non importa che lo faccia, perché la vicenda in America è arcinota (e ancora aperta). La “finzione” è la narrazione della vita dei due bambini, anche se si ha sempre la sensazione che quello che viene raccontato abbia un fondo di verità; è il “resoconto” chirurgico di un mondo che in superficie è splendido e dorato, ma che subito sotto possiede la consistenza del sangue raggrumato in un lavandino pieno di acqua torbida.
La spensieratezza dell’infanzia deve fare i conti con i desideri (in)espressi di una madre che prima di tutto è un fallimento completo come donna; giovane promessa del pattinaggio che fa fiasco miseramente, cerca in ogni modo di redimersi grazie alle doti vere o presunte dei due figli. Quando il piccolo Skyler si ferisce gravemente le speranze ricadono sulla piccola di casa, a cui arriva a cambiare nome.
Si chiama Edna Louise, come la nonna, ma la madre Betsey decide di cambiarlo in Bliss, “Beatitudine”, nome suggeritogli nientepopodimenoché da: Gesù in persona.
Il padre, Bix, è un fulgido esempio di maschio bianco; ricco abbastanza da permettersi di vivere in un quartiere esclusivo del New Jersey, lavora e cornifica spensieratamente la moglie, beve birra da buon americano e come tale è un ex atleta universitario. Non ne esce bene: asseconda i capricci della moglie per non sentirla parlare, educa il figlio a quei valori tanto conservatori quanto illusori e vive anch’egli nelle maglie strette di una vita confortevole. A vederli sembrano una famiglia normale, ma che nasconde i propri sentimenti per non farci i conti.

L’infanzia stessa diventa un posto infernale; i bambini del romanzo sono ricchi, vivono in bellissime case, frequentano scuole esclusive, ma tutti, senza eccezione, sono vittime (in)consapevoli delle nevrosi dei genitori. Sono già pieni di psicofarmaci alle elementari, schiavi di paradisi chimici che li bloccano per non farli pensare. Parlano di psichiatri come modelle di diete strampalate, hanno perduto l’innocenza ancor prima dei denti da latte.
Infanzia ed età adulta sono accomunate  dalla stessa incomunicabilità che ne blocca lo sviluppo; per la Oates solo l’assenza di emozioni può salvare le apparenze, le menzogne terranno assieme le macerie di una società che perde in partenza, ma che non può assolutamente soccombere alla quotidianità , crudele e nuda portatrice di una verità devastante: la genuina essenza dell’essere “umano”.
Quell’Ecce homo che Skyler cercherà per tutto il libro di diventare, Nudo e Vero dinnanzi alla verità, assoluto baluardo di sanità mentale, unica via d’uscita da una vita che non riesce a sentire sua, perché impostagli dall’alto.

Il Los Angeles Times definisce quella di Joyce Carol Oates una “immaginazione rigogliosa”, a ragione. Quando una settantenne diventa credibile nei panni di un  diciannovenne disadattato, evidenzia una classe sconvolgente, e come continua la testata, “la Oates non ha paura di nulla”.
Può permettersi di narrare una storia morbosamente vera trasfigurandola in un racconto di fantasia a una sola voce; col vizio (capitale) dell’univocità, d’accordo, ma potete star certi che spenderete bene il vostro denaro e il vostro tempo con Sorella, mio unico amore.
Skyler Rampike, narratore totale, mette su carta una storia soffocante e claustrofobica, a tratti tragica e a tratti sublime dotata di una forza strabiliante.
Il disperato bisogno di uscire dal mondo dei Mass Media per ritornare al nucleo della vita, al di fuori di tutto quello che ha ucciso (per sempre, è il caso di dire) la nostra innocenza.
L’autrice riesce a trasporre con grazia e sicurezza la provincia americana più profonda e nascosta, quella fatta di belle case e terrificanti segreti, il bisogno di riscatto che per queste persone passa attraverso l’inferno mediatico; lo stesso che ti santifica e ti distrugge senza pietà.
Betsey è la rappresentante di tutte quelle donne (non necessariamente) ricche, frustrate e sole che cercano una via d’uscita da un’esistenza piatta e senza scopo; dove anche la violenza e lo sfruttamento vanno bene, mercificazione totale dei figli, estremo sacrificio dei presunti talenti sull’altare fallace della Grazia e della Gloria.

Da queste pagine oscure traspare tutta la forza di quella provincia sonnacchiosa che nasconde i peccati sotto il tappetino del SUV nuovo, e che cerca nelle strade anonime della metropoli quel riscatto e quella redenzione possibile, solo a costo del distacco.
La città, contrapposta alla provincia, diventa il Luogo di Redenzione di un figlio dal Peccato Originale di una genitrice che muore nella menzogna; bugie che diventano verità incontestabili, situazioni talmente torbide da risultare sgradevoli ai nostri occhi.

Alla fine del libro vi rimarrà un senso di fastidio, di rabbia, ma anche sollievo e una rinnovata consapevolezza che anche questa volta ce l’abbiamo fatta, siamo arrivati alla fine del tunnel dove la luce del giorno rischiara la nostra giornata.

Buona lettura!

Categorie: Libraio, Romanzi

2 commenti

  • Antonella Nettuno

    In alcuni passaggi, il libro della Oates mi ha ricordato La cognizione del dolore di Gadda. La collocazione geografica, quella americana, mi sembra ininfluente rispetto al l’intuizione fondamentale dell’autrice: i traumi infantili sono tanto più gravi quanto maggiore è l’inconsapevolezza della percezione della sofferenza , nonché delle sue cause. È un libro che spinge gli adulti ad essere meno meschini.

    • Capofficina

      Personalmente mi ha colpito molto la storia, una storia vera, drammatica, senza speranza. La Oates è riuscita a rendere la speranza plausibile….e possibile.

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