C’era una volta l’umo nero e si chiamava Charlie Manson

Ogni creazione artistica è un crimine non commesso.                                                              (Theodore Adorno)

 

Charles Miles Manson.
Figlio di una prostituta psicolabile sedicenne.
La leggenda vuole che lo vendette quando aveva solo pochi anni per un boccale di birra. Non è chiaro se venne venduto per stare sul divano del famoso satrapo puttaniere di turno; questa è la leggenda, non si discute, prendere o lasciare piccola mia.
Sadico di professione. No, molto peggio. Istigatore del sadismo, che vi assicuro, ve lo dimostrerò andando avanti, è molto peggio.
E’ notizia di ieri mattina. Mentre scrivo è già passato dall’altra parte. Manson, finalmente, è morto.

Finalmente, perché? Perché è lo spauracchio di un’intera nazione, di generazioni a profusione, di tutti i benpensanti, di tutti quelli che non hanno il coraggio di guardare la bestia negli occhi.
Manson siamo noi.

Voi no, vero? Nemmeno io.
Siamo sicuri, di questo? Non è che per caso anche noi, a volte, solo a volte, sia chiaro, siamo tremendamente umani?
Charlie era un ragazzino sfortunato. Sua madre si vendeva. Il padre, un certo “Colonnello Scott” è più che altro un’ombra pesante, come il Leo Pittman di Aileen Wuornos. Il tale che gli ha dato il cognome non doveva essere uno stinco di santo. Visse in orfanotrofio, in carcere, in istituti per l’infanzia. Guardate che non a tutti fa esattamente bene sapete?
Al piccolo Charlie deve aver fatto un male del diavolo. Credo avrebbe fatto male anche a noi. Magari non tutti saremmo diventati dei sadici o dei narcisisti.  In molti forse si sarebbero uccisi in qualche modo, tra le droghe, l’alcol i proiettili e le corde un sistema l’avrebbero trovato. Altri forse si sarebbero redenti in qualche modo, e qualcuno sarebbe rimasto delinquente a vita.

Solo Charlie però, sarebbe diventato Manson.

Perché lo spauracchio di solito è uno per generazione.

Si è detto, scritto, girato e suonato di tutto sul vecchio Manson. Perché è suo malgrado un’icona del nostro (americanissimo) tempo. Quando pensi a lui hai come la sensazione che i Serial Killer li abbiano inventati loro, con tutti quei fast food, le immagini standardizzate e il fordismo come caposaldo di del novecento.

Tutti avranno il loro quarto d’ora accademico di celebrità.

Lui ha avuto quasi mezzo secolo. 92 milioni 897 mila 280 minuti di quarti d’ora accademici.

Andy Wharol è figlio della stessa madre generosa e democratica, figli dello stesso paese, dello stesso periodo, eppure. Uno è diventato l’artista delle elités paganti. E anche l’altro, eppure per uno dei due le cose sono andate dannatamente storte. Entrambi si sono guadagnati da vivere con la propria arte, ve ne siete accorti anche voi, credo.

A volte l’arte pop produce mostri. A volte sublimi esempi di serializzazione. A volte le due cose coincidono. anche se a prima vista non sembra.

Può sembrare da pazzi scatenati paragonare Wharol e Manson e asserire che Manson è un’artista, ma tant’è. In carcere produce pezzi d’arte in serie. E’ un’icona pop. Se andate a leggere le pagine di Ruben De Luca capirete che è vero. Arte e Morte sono parte della stesa logica creativa. Uccidere in serie è una pulsione che nasce da un bisogno innato, naturale, urgentissimo. Chi uccide in serie deve silenziare un’ossessione, diventare immortale, farlo perché non se ne può fare a meno. Esatto, bravissimi! Proprio come l’artista ossessionato, bisognoso d’immortalità, costretto da un’urgenza a creare senza posa.

Charles Manson è come Caravaggio, che al contrario aveva ucciso davvero. Bernini mandò in carcere un innocente al posto suo dopo aver sfregiato l’ex (bellissima) amante. Interessante è leggere le parole di Otto Dix riguardo alcuni suoi lavori, soprattutto sul dipinto “Omicidio con stupro”:  “Sono stato costretto a farlo; questa cosa era dentro di me” ammette l’autore. E ancora: “Se queste cose non avessi potuto dipingerle avrei dovuto farle”. Se non fosse nato nel 1891 frotte di ripperology avrebbero gridato al lupo al lupo abbiamo trovato Gianni lo squartatore. Sentite come suona in italiano? Nonostante il fascino della nostra lingua l’assassino perde di fascino. Perde potenza, cattiveria e crudeltà. Assassino Seriale sembra un anonimo delinquentello di provincia dedito alla piromania dei cassonetti.

Ecco perché è così dannatamente Americano, il serial killer. Lo so che ci sono dappertutto, ma non usiamo mai il termine: Serienmörder o tueur en série, giusto?

 

Otto Dix

Otto Dix Omicidio con stupro 1922

 

Kill your idol.

I Guns’n’Roses, nel loro incidente gravissimo The Spaghetti Incident! pubblicano come traccia fantasma Look at your game, girl, canzone scritta proprio da Charles Manson. Bufera, ovviamente. Se poi consideriamo proprio la passione di Manson per la musica il tutto si fa morboso, scorretto e decisamente malvagio.

 

Non preoccuparti Charlie…

 

Charles Manson tecnicamente è un “killer by proxy”, ovvero un assassino che non uccide materialmente ma costringe gli altri a farlo per lui. Ed è in ottima compagnia: il reverendo Jim Jones, Adolf Hitler, Shoko Asahara tanto per citarne qualcuno. Non ha mai materialmente ucciso perché era furbo, intelligente e manipolatore. Dava LSD a profusione ai suoi giovanissimi (e disadattatissimi) adepti, tenendo per sé giusto le bricioline, per evitare di perdere completamente il controllo. Sapeva di dover rimanere sempre concentrato.

Dennis Wilson dei Beach Boys era suo amico. nell’album 20/20 inserirà una canzone, modificata, scritta da Charles Manson. Ovviamente questi cambiamenti lo fecero infuriare. Si potrebbe dire che, come per Hitler, questo “rifiuto” è stata la causa del casino seguente. Facile, comodo, veloce: per tutto il resto c’è la carta di credito che tutti conosciamo.

Sarebbe facile dire che la colpa è del mancato successo discografico. Ok, voleva uccidere Terry Melcher, ma i La Bianca? E lo spacciatore qualche tempo prima? No, è un’ipotesi che non tiene la prova del tempo. La droga, la vita problematica, il disagio estremo. Tutto e nulla di tutto questo.

La vita di Manson è stata segnata nel male e nel malissimo dalle sue scelte.

Charles Manson era e forse sarà ancora nei tempi a venire, ma magari con meno forza, lo spauracchio della (in)civiltà americana. E’ il frutto disadattato di un sistema sociale e carcerario fallimentare su più fronti, perché “istituzionalizza” chi vi finisce suo malgrado dentro, schiacciato da un sistema che vuole tutti vincenti, forti e benestanti: gli altri devono essere nascosti sotto al tappeto come la polvere, anzi, chiusi nello sgabuzzino del babau. Chi non rientra nei parametri deve essere scartato. Esattamente come nella produzione seriale di massa. I prodotti difettosi vengono scartati, possibilmente distrutti. Ecco perché l’America lo teme: è lo specchio del fallimento del sogno, la prova che se qualcosa può andare storto, lo farà alla grande. La società dello spettacolo quindi si è vista costretta ad inglobarlo, a renderlo fruibile, perché è l’unico modo che si possiede per neutralizzare il nemico: trasformarlo in prodotto da scaffale dello shop di un museo.

Ha involontariamente ucciso Sharon Tate. Non aveva pianificato il suo assassinio, era Terry Melcher, il “porco” traditore a dover morire. Sharon,  Jay Sebring e Voityc Frykowski e la fidanzata ereditiera del caffè Abigail Folger erano un “danno collaterale”, utilissimo per fare il salto di qualità verso l’infinito malvagio. L’estate dell’amore era diventata l’inverno perenne della società americana. Roman Polansky era in Europa: mi sono sempre chiesta se avrebbe preferito morire quel 9 agosto.

Il 20 luglio l’uomo aveva camminato sulla luna, adesso si preparava a camminare all’inferno.
Charles Manson è diventato icona del male, ma paradossalmente anche del glamour; quello politicamente scorretto, che toglie il sonno ai benpensanti, che sparge fango profumandolo di Chanel n°5.

Manson va oltre la cultura del Camp. Lo trascende, lo attraversa tramutandolo in qualcosa di negativo, ma questo è; trasforma l’amore innaturale della cultura popolare per il bizzarro in innaturale amore per il morboso. Da Gianni lo squartatore in poi l’amore verso il bizzarro e il morboso diventa una costante: ogni società, in ogni epoca, necessita dello spauracchio per andare avanti tirando un sospiro di sollievo.

Charles Manson era una specie di rockstar. Ha usufruito di ipocriti privilegi che il sistema carcerario ha sempre elargito ai delinquenti famosi. riceveva lettere, visite, interviste. Una squadra di detenuti firmava al suo posto ogni sorta di cosa. Esattamente come accadeva ad Al Capone anch’egli poteva essere un privilegiato. Nella vita reale, quella vera, fuori di galera, sarebbe rimasto un anonimo spiantato destinato a morire solo, giovane e indigente.

 

Cella privilegiata

Alcatraz, la cella di Al Capone: comfort e lusso in ogni condizione

 

Quello che da una parte ti viene negato, dall’altra ti viene elargito con copiosa generosità. Grazie a tutti noi è diventato famoso. Quando era in vita ho sempre cercato di non parlare troppo di lui, per non fare il gioco di tutto questo meccanismo perverso che idolatra il male sino alle estreme conseguenze.
Con la sua morte si è parlato di lui come di un killer satanista. Vi hanno ingannato; era l’altro, Richard Ramirez ad essere così.

Ve l’ho detto che Charles  Manson era ben peggiore (se possibile) di un normale delinquente.
Adesso che il babau è morto l’America dovrà cercarsi un nuovo spauracchio da esibire verso gli americani birichini.

Era davvero una rockstar del male, di quelle che più maledette di così non si può. Era un’artista di prim’ordine, un’artista avanguardista, se vogliamo categorizzare la sua “produzione”. In fondo è una specie di Maurizio Cattelan finito male, non vi pare? I bambini impiccati di Cattelan fanno pensare a Cielo Drive. Ha creato, ha contribuito a creare l’opera omnia della malvagità assoluta. Cielo Drive è “LA” scena primaria del crimine. A pensarci razionalmente non ci si riesce, tanta è la grandezza in termini assoluti del crimine, la portata è così sconvolgente da essere misurata in chilometri. Tutto quel sangue, le urla. Ecco perché tutti lo temono: è riuscito a convincere i figlioli prediletti della cultura politicamente corretta del sogno immortale a fare tutto quello. E’ andato dove nessuno prima di lui, in America, era arrivato. Ha scavalcato l’arcobaleno, ha rubato l’oro del pentolone e sgozzato gli gnomi.

Senza nemmeno farlo di persona.

E’ troppo? Sto esagerando?

Come disse una volta (o magari è solo una diceria, una leggenda, ma tanto veritiera) a un nazista Pablo Picasso che gli chiese se fosse lui l’autore di quell’orrore, la Guernica:
No, non è opera mia. L’avete fatto voi….

Anche questa canzone, senza Charlie e Cielo Drive, non ci sarebbe.

 

 

 

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